Quando, nel 1981, è stato creato il plotone esploratori anfibi, in pratica abbiamo iniziato da zero. Non esistevano direttive relative a questo tipo di unità unica nel suo genere, né indicazioni su come addestrare i lagunari con incarico 107. La documentazione circa la preparazione degli esploratori e pionieri negli anni antecedenti il 1975 era scomparsa con i battaglioni in cui erano inseriti; quasi non fossero mai esistiti. L’approntamento del programma di selezione e addestramento degli esploratori anfibi era semplicemente iniziato utilizzando gli studi fatti negli anni della squadra Idrografica.
Una volta fatto questo, ci servivano delle occasioni per verificare la validità dei programmi addestrativi, così come il livello di preparazione, nostra e dei nostri ragazzi. Queste occasioni erano – sono e sempre saranno- esercitazioni, possibilmente di due o più giorni consecutivi, organizzate per simulare, il più realisticamente possibile, gli scenari propri in caso di conflitto.
Tre mesi dopo l’attivazione del plotone, siamo stati impegnati ai margini di una esercitazione della NATO –denominata “Display Determination”– di cui potrei parlarvi più avanti. Nel 1982, impiegati in ruolo di contro-interdizione, abbiamo dimostrato alle Truppe Anfibie che al “Sile” …c’era qualcosa di nuovo. Ci mancavano però delle occasioni disegnate da noi, senza altri attori coinvolti, né spettatori interessati ad osservare gli eventi, che con loro presenza vincolano il nostro operato. Dovevamo lavorare, noi e i ragazzi insieme, per creare un’unità in grado di rispondere alle esigenze della Specialità Lagunari ovunque servisse, con immediatezza e capacità.
«Non c’è tempo!» era solito dire il Tenente Busetto; e con ciò affermava la necessità di lavorare sodo, senza risparmio di tempo ed energie, per addestrare, al meglio delle nostre possibilità, gli esploratori nei pochi mesi che il periodo di leva allora concedeva.
Vediamo ora una di queste occasioni addestrative concepite, organizzate e condotte dal plotone in piena e completa autonomia.
Se ritornate sul pezzo scritto per ricordare il Colonnello Raccampo potete notare come il suo nome sia –per noi, indissolubilmente– legato a due esercitazioni continuative che, per merito suo, furono approvate così come le avevamo pensate.
Per comprendere la rilevanza di questa mia dichiarazione, il lettore deve – obbligatoriamente – contestualizzare gli eventi:
- ci troviamo nei primi anni ’80 del secolo scorso,
- l’Esercito Italiano è costituito per la stragrande maggioranza di soldati di leva,
- il plotone è stato formato poco più di un anno prima,
- il battaglione anfibio “Sile” si trova di fronte alla (per lui nuova) necessità di dedicare risorse per addestrare un manipolo di Lagunari di cui ancora non comprende appieno l’essenza.
È in questo contesto storico che, all’inizio del 1983, decidiamo che è giunta l’ora di allargare i nostri orizzonti d’impiego così da operare a favore delle Truppe Anfibie ben oltre le spiagge di sbarco.
Guidati dal Tenente Busetto, buttiamo giù un primo schema di esercitazione, articolata in più fasi così da assolvere compiti diversi. Convinti che il nostro ruolo principale siano le attività di ricognizione –condotte da pochi elementi con modalità ‘discrete’– siamo ben consci che, appartenendo ad un’unità di fanteria, per alcune ragioni contingenti, potremmo essere chiamati a svolgere anche compiti offensivi; ciò che in gergo sono definite ‘azioni dirette’ (DA).
Per preparare il Documento di Esercitazione individuiamo una possibile area d’azione e verifichiamo le possibilità offerte dal terreno, dal punto di vista tattico e della sicurezza.
La missione che abbiamo in mente –per l’epoca definita complessa– comprende diverse attività in sequenza, così da testare il plotone in caso riceva un cambio di compito operazione durante; il reale programma è conosciuto solo da noi Quadri.
Prepariamo il piano delle attività nei vari dettagli e lo presentiamo al comandante di compagnia, che lo consegna al comando di battaglione che, a sua volta, lo propone al Comando Truppe Anfibie. La cartellina che contiene il documento porta il nome in codice di “Chimera 83”, poiché sicuri che mai ce l’accetteranno.
«Nonostante ciò» ci dicemmo «è stato un bell’esercizio intellettuale!»
La cadenza temporale degli eventi –spero mi scuserete– non la ricordo con esattezza. Ricordo però che il Tenente era stato richiesto (sarebbe più corretto dire ’comandato’) dal 5° Corpo d’Armata per assolvere funzioni di preparatore (ed istruttore nel difficile esercizio di ricognizione da elicottero) della pattuglia Italiana scelta per partecipare alla “Boeselager”; cioè una complessa ed articolata competizione militare tra i battaglioni corazzati da ricognizione dell’esercito tedesco e della NATO, svolta annualmente, in zone sempre diverse della Germania Federale. L’anno precedente, con il Tenente come comandante della pattuglia, l’Italia si era aggiudicata il secondo posto, per pochissimi punti di scarto dai vincitori Belgi. Per dovere di cronaca, di quella pattuglia faceva parte anche il Lagunare Baldan Roberto (esploratore anfibio del 7°/81). Come i nostri due siano arrivati a partecipare ad un evento pensato per reparti di Cavalleria è una storia che si collega alla “Display Determination” citata prima.
Per tornare in argomento, nonostante le nostre perplessità il progetto incontra l’approvazione del Comandante delle Truppe Anfibie e, di conseguenza, l’esercitazione è aggiunta nel calendario delle attività di rilievo. Man mano che la descrivo capirete perché l’esercitazione “Albatro 83” (così fu poi ribattezzata) è innovativa, per quel periodo storico.
Nel supposto operativo, il plotone riceve l’ordine di condurre una missione di sorveglianza nell’area del Monte Rest (Friuli Venezia Giulia) dove fonti informative dicono esserci movimenti di truppe avversarie. Vi ricordo che in quegli anni l’Arma di Fanteria (escludendo gli Alpieri dedicati alla preparazione di ‘vie’ in alta montagna) non disponeva di esploratori se non noi e come sarebbe successo diverse volte in quanto Supporto di Corpo d’Armata, i Lagunari agivano anche a favore della Grande Unità complessa con i propri assetti specialistici.
Decisa la data (in corrispondenza di un periodo in cui il Tenente era libero da impegni per la “Boeselager”) e richiesti gli elementi di supporto, il plotone svolge lo studio della missione, e relativa preparazione, in base agli ordini ricevuti. La documentazione originale (sfortunatamente, assieme a molti altri documenti) è andata distrutta col fuoco, quindi vado a memoria senza però poter indicare date, località o distanze esatte.
L’Ordine di Missione distribuito dice di:
- muovere, via acqua, da Sant’Andrea e risalire il Fiume Piave fino a dove è navigabile,
- consegnare i battelli ad un agente amico e sistemarsi a bivacco per la notte,
- all’alba attendere gli elicotteri incaricati di portare la pattuglia nell’area di Monte Rest,
- muovere, a piedi, fino ad una vecchia malga che le informazioni riportano come non occupata,
- portarsi presso un determinato tratto di strada, tenerlo sotto osservazione e riportare eventuali movimenti di veicoli e/o sistemi d’arma avversari,
- durante il periodo di osservazione notturna, ricevere via radio le istruzioni per il recupero e il rientro alla Base.
Alcuni dei ragazzi preparano battelli e dotazioni e calcolano quanto carburante serve per il tratto di navigazione che misura più o meno 70 chilometri, considerando due opzioni: Primaria (condizioni del mare che permettono di uscire dal Porto di Lido e infilarsi nel Fiume Piave dalla foce presso Cortellazzo) e Alternativa (condizioni meteo-marine che obbligano ad entrare nel fiume più a monte percorrendo l’Idrovia Veneta). La distanza tra il punto di abbandono dei battelli all’inizio della salita verso la Forcella di Monte Rest –circa 66 chilometri– è compito degli equipaggi di volo.
Altri esploratori preparano l’elenco delle armi, apparati radio ed altri strumenti e materiali necessari all’assolvimento del compito. Poiché la missione comprende attività di osservazione, sono individuate le coppie di osservatori che devono quindi ripassare i lineamenti di riconoscimento di armi e mezzi in dotazione al Patto di Varsavia. Siamo in piena Guerra Fredda, ricordate?
Noi Quadri, controlliamo e verifichiamo che le diverse checklist siano complete e rivediamo con i ragazzi le diverse fasi, una per una, affinché tutti conoscano i dettagli dell’operazione. Un briefing separato è tenuto per il personale di supporto che deve ‘giocare’ il ruolo di agente amico lungo l’itinerario.
La missione ha inizio a Sant’Andrea con la partenza della pattuglia a bordo dei propri battelli. Non ricordo la ragione, ma utilizziamo il percorso alternativo interno per raggiungere il Fiume Piave, risalendolo quindi fino ad un punto concordato dove avviene l’incontro con il primo agente che consegna taniche di benzina. Mentre gli esploratori in quel momento alla guida dei battelli ‘fanno miscela’ -utilizzando benzina e un olio specifico ad una determinata percentuale – uno dei nostri Caporal maggiori chiede al sottufficiale responsabile del punto di contatto se ha istruzioni dal comando. Ai nostri graduati è stato detto che ad ogni appuntamento con personale di supporto è possibile ricevere aggiornamenti della situazione o eventuali nuove istruzioni.
Ripresa la navigazione, la pattuglia risale il fiume fino a Ponte di Piave e tira i battelli in secco. Come concordato, arrivano sul posto gli ACM 52 su cui sono caricati per il rientro a Venezia.
È tardo pomeriggio e inizia a piovere. Piove tutta la notte trascorsa in bivacco. La vita sotto un telo-poncho non è proprio comoda, ma i ragazzi si preparano, in sommessa allegria, un pasto caldo. Stabiliti turni di guardia e d’ascolto radio, alle finestre schedulate, si riposa in attesa dell’alba.
Ricordo di aver pensato: «Ci vorrebbe uno di noi con la Direzione di Esercitazione per giocare il ruolo di chi effettua comunicazioni radio in linea con lo scenario.» Un pensiero che tornerà spesso alla mente nel corso degli anni a venire e troverà conferma nell’impiego reale Fuori Area.
La pioggia è un elemento favorevole per chi deve infiltrarsi non visto, a patto che non debba volare. Il Tenente viste le condizioni atmosferiche è certo che gli elicotteri non arriveranno, né alle effemeridi né più tardi. E così è.
L’alba porta ancora pioggia e visibilità molto ridotta. Dopo un certo ritardo sui tempi di arrivo dei velivoli, il contatto radio con la DIREX (comandante di compagnia) conferma che il trasporto verso Monte Rest avverrà per via ordinaria.
Lasciamo quindi Ponte di Piave a bordo dei famosi aciemmotteri (slang con cui indichiamo gli ACM sostitutivi agli elicotteri) e ci dirigiamo verso le montagne. Quelli di noi seduti all’inizio del cassone (allora si viaggiava così) fanno il lungo tragitto bagnati dalla pioggia che cade dall’alto e dall’acqua nebulizzata prodotta dal movimento delle ruote sulla strada.
In realtà non c’è nulla da osservare, soprattutto dopo il tramonto, perché non abbiamo ‘forze’ in grado di simulare movimenti avversari, come invece avverrà in futuro.
Prima dell’alba – alla finestra oraria per la comunicazione radio – la DIREX, invece di comunicare luogo e dettagli di esfiltrazione e recupero, ordina una nuova missione:
- (a) muovere velocemente verso un set di coordinate corrispondenti ad un punto di atterraggio situato presso il ponte di Preone,
- (b) imbarcarsi su elicotteri inviati appositamente,
- (c) sbarcare in Brussa,
- (d) riprendere i battelli,
- (e) condurre un raid anfibio nella zona di Cortellazzo,
- (f) attendere ulteriori istruzioni.
La procedura operativa standard vorrebbe che procedessimo ad una nuova pianificazione più dettagliata possibile prima di muovere. Ciò che a noi più interessa è vedere come gli esploratori reagiscono a questa nuovo, inaspettato, cambio di programma.
«Non c’è tempo!» Come nella realtà, gli elicotteri rimarranno a terra una manciata di minuti e Preone non è proprio dietro l’angolo.
Da un rapido controllo della carta topografica si stima una distanza di circa sette chilometri, la maggior parte dei quali lungo il greto roccioso del Fiume Tagliamento. Scendere verso valle e seguire il fiume in lotta contro il tempo non è decisamente una passeggiata.
Non so se queste immagini riescono a rendere l’idea, ma la mancanza di allenamento a muovere su terreno montuoso –con equipaggiamento non proprio ideale– sfiancano qualche esploratore. Per primo è il Tenente Busetto che carica lo zaino di uno dei ragazzi sopra il proprio. L’esempio è contagioso; altri fanno lo stesso.
Ah, quegli zaini di canapa che, riempiti, prendono forma di palla, inzuppati raddoppiano il peso e non sono predisposti per contenere gli apparati radio. Ho sempre odiato il fatto che in alcune circostanze si fosse costretti a portare le stazioni radio RV3-13P sul davanti. Provate ad avere la gabbia toracica compressa tra zaino e radio e muovere, correre, abbassarsi, rialzarsi, scavalcare ostacoli …
«Dobbiamo comprare degli ALICE!»
Incitandosi l’un l’altro, arriviamo sul punto di atterraggio, sintonizziamo la radio sulla frequenza degli elicotteri e… si ode il classico rumore dei velivoli in avvicinamento. Giusto il tempo di confermare a ’Elfo’ che l’unità è pronta per il recupero. Antenne radio ripiegate, controllo armi ed equipaggiamenti, tasche chiuse, veloce designazione di chi sale a destra e chi a sinistra e… Go! Go! Go!
Le numerose simulazioni a Sant’Andrea – svolte con l’ausilio di semplici sedie disposte nel prato – pagano.
Siamo tutti a bordo, con le porte chiuse, in pochi secondi. Un’occhiata soddisfatta del comandante dell’aeromobile e siamo in volo.
I ragazzi seduti nei ‘canili’ si godono il panorama, altri osservano i piloti. Il volo, abbastanza lungo, serve per abituare gli esploratori al comportamento a bordo e familiarizzarsi con le procedure concordate con gli equipaggi.
L’atterraggio è ciò che possiamo definire amministrativo; sbarchiamo cioè senza fretta eccessiva poiché la Landing Zone è sicura. Ci raggruppiamo, un cenno di saluto agli aeromobili che ripartono e ci dirigiamo verso l’acqua, presso cui attendono i fedeli ACM 52 con i battelli.
Come se non avessimo fatto altro nella vita, scarichiamo gommoni, motori, dotazioni e li approntiamo per la navigazione: gonfiaggio dei bottazzi, controllo miscela, prova motori, zaini e materiali opportunamente rizzati.
Segue la descrizione del nuovo piano d’azione:
- avvicinamento alla costa-obiettivo,
- sbarco,
- attacco e
- ripresa di mare.
Controllo armi e munizioni, prova dei collegamenti e via lungo il Canale Canadare.
Usciti da Porto Falconera, ci portiamo al largo, viriamo a Sud-Ovest e seguiamo, a vista, la linea di costa. Al traverso di Cortellazzo virata di 90 gradi a dritta puntando verso la Laguna del Mort, presa di terra su una spiaggetta di sabbia e movimento verso l’interno.
Simuliamo un colpo di mano (raid) anfibio al termine del quale riceviamo istruzioni di rientrare a Sant’Andrea. Riprendiamo quindi i battelli e navighiamo fino all’isola, cambiando, di tanto in tanto, gli esploratori alla guida.
La giornata è stata lunga ma non è ancora tempo di rilassarsi. Rientrati in Base occorre disarmare i battelli, lavare tutto con acqua dolce, pulire le armi, manutenzionare radio e strumenti e condurre un piccolo debriefing. Domani, nel bungalow, rivedremo, passo per passo, quanto svolto.
È stata davvero una bella esercitazione. Siamo riusciti a svolgere quanto avevamo pianificato, anche se non proprio tutto come avremmo voluto. Sono stati evidenziati diversi fattori di miglioramento (di cui abbiamo fatto tesoro) e la risposta dei ragazzi è positiva.
Più importante ancora, abbiamo creato ciò che in gergo militare si chiama precedente; un elemento che spesso aiuta a superare alcune resistenze nella programmazione di attività simili.
E così è stato!

