Il titolo non deve trarre in inganno; non si tratta di una battuta di caccia in palude (per usare le parole di Shaun Fynn, uno delle oche selvagge), bensì di una esercitazione interforze che vedeva unità dell’Esercito impegnate nella difesa di un tratto di costa contro cui il Gruppo Operativo del Battaglione “San Marco” (Marina Militare) era incaricato di condurre colpi di mano anfibi.
La prima volta che udii pronunciare il termine Folaga fu nel 1976 quando, per rimpiazzare Gianni, congedatosi al termine dalla propria ferma triennale il Comando Truppe Anfibie dovette individuare un altro sottufficiale da inviare a Comsubin. Questi, Roberto, nella primavera di quell’anno si trovava impegnato, appunto, nell’annuale edizione di questa esercitazione nell’area di Comacchio.
Sentii parlare ancora di questi eventi addestrativi, ogni volta che erano programmati nel nord Adriatico con i lagunari del 1° battaglione impiegati a difesa del tratto di costa interessata. Noi, Pionieri della squadra Idrografica/battaglione mezzi anfibi “Sile”, non fummo mai chiamati a partecipare, con qualsivoglia ruolo.
Nel 1981come sapete la squadra Idrografica dà vita al plotone Esploratori Anfibi e, in conseguenza di ciò, eravamo troppo impegnati a rendere solide le basi di questa nuova unità per preoccuparci d’altro; se mai ne fossimo stati comunque informati. Eppure, la pubblicazione allora in vigore la N. 5891 (782 della serie dottrinale) nel Capitolo VI contemplava anche azioni nella difesa a tempo determinato di posizioni, con esploratori impiegabili per la costituzione di posti di osservazione e allarme ed eventualmente pattuglie.
Poi, all’improvviso, nel 1985, il Tenente comandante di plotone ci comunicò che avremmo partecipato all’esercitazione ‘Folaga 13’…… in versione attacco.
Saremmo cioè stati imbarcati a Brindisi su una nave anfibia appartenente alla Terza Divisione Navale e, inseriti nelle aliquote operative del Battaglione “San Marco”, avremmo condotto un colpo di mano anfibio nell’area della Brussa di Caorle, su obiettivi difesi dal 1° battaglione lagunari “Serenissima”.
La ricezione della notizia rese (ovviamente) euforici gli esploratori e (comprensibilmente) ansiosi i quadri permanenti del plotone. L’occasione era tremendamente importante per i diversi aspetti che implicava. Il primo, squisitamente tecnico, riguardava l’impiego dei battelli con movimento notturno nave-terra da una distanza dalla costa decisamente maggiore di quella che avevano potuto provare i nostri ragazzi da soli. Il secondo, più complesso, riguardava le domande che ci siamo posti durante la preparazione del personale, dei mezzi e dei materiali.
«Di chi è stata l’idea di impiegarci, così di punto in bianco, e per di più in versione offensiva?»
«Quale scopo si prefigge il Comando Truppe Anfibie con questa iniziativa?»
«Cosa si aspetta da noi la Marina Militare?»
Chi era a conoscenza del fatto che nell’organico del plotone l’ufficiale e i quattro sottufficiali dovessero frequentare la scuola incursori della Marina Militare secondo il mio parere personale avrebbe di sicuro misurato le nostre capacità.
La preparazione del plotone dovette anche considerare le prolungate assenze del Tenente poiché impegnato in qualità di istruttore incaricato dell’addestramento della pattuglia Italiana che avrebbe partecipato all’annuale edizione della “Boeselager”; una complessa competizione militare tra battaglioni corazzati da ricognizione dell’esercito tedesco e della NATO.
In un intervallo del citato addestramento per conto del 5° Corpo d’Armata, il Tenente si unì a noi e, nel mese di aprile, caricammo per così dire armi e bagagli. Utilizzando un camion ed un pullman, con sosta a Chieti, ci recammo a Brindisi. Qui, al Castello sede del Battaglione “San Marco” il personale del Gruppo Operativo ci accolse, date le circostanze, con una certa cordialità.
Ripensando a quell’evento, mi sono messo nei loro panni e, pur non conoscendo fatti e motivazioni che portarono alla nostra partecipazione in quella veste, il dover impiegare soldati che non si conoscono, in un’attività che richiede il rilascio in mare aperto, di notte, su piccole imbarcazioni autonome, mi avrebbe alquanto impensierito. Oggi, per imbarcare su una nave anfibia della Marina Militare occorre aver superato uno specifico corso di ‘integrazione’. Allora, noi eravamo sbucati dal nulla e preteso di guidare noi stessi i nostri gommoni in tutte le fasi dell’esercitazione. I loro Comandanti rispettivamente del Gruppo Operativo “San Marco” e Nave “Grado” si assunsero davvero una grossa responsabilità. Altri tempi e, forse, altri Comandanti.
Dal canto nostro, sapevamo che gli esploratori erano addestrati alla navigazione notturna con l’utilizzo di bussole nautiche fissate ai battelli e conoscevano le tattiche, tecniche e procedure operative necessarie a condurre un colpo di mano anfibio.
Sono trascorsi quarantuno anni da allora e i ricordi di quanto avvenne sono alquanto scarni. Per descrivere lo sviluppo dell’esercitazione mi aiuto con quanto riportato sulla rivista “Panorama Difesa” da Paolo Valpolini (giornalista specializzato in argomenti tecnico-militari) incaricato di seguire quella che, a nostra insaputa, era una complessa esercitazione che vedeva impegnati assetti delle tre Forze Armate e, come vedremo, non solo.
Una volta a bordo di Nave ‘Grado’ (L9890), durante la navigazione che doveva portarci dal porto di Brindisi ad un determinato punto di fronte all’area conosciuta come Brussa di Caorle, ci fu spiegato il concetto d’azione e facemmo conoscenza con i ‘marò’ del “San Marco” con cui, da quel momento in poi, avremmo operato fianco a fianco.
Gli obiettivi del colpo di mano (o raid, secondo la dottrina NATO) erano tre: una postazione missilistica, una postazione radar e una darsena per motosiluranti. La difesa dell’area in cui si trovavano questi obiettivi era assegnata a una compagnia del 1° battaglione lagunari “Serenissima” che la presidiava con posti di osservazione e pattuglie, sia appiedate che montate su mezzi cingolati, ruotati e battelli. Ovviamente, i lagunari avevano anche piazzato un posto di sbarramento sul ponte dell’unica strada che collega la spiaggia con l’entroterra. Oltre a ciò, il pattugliamento fuori dal settore controllato dai lagunari era affidato ai Carabinieri sulla terraferma e a Guardia di Finanza e Capitaneria di Porto sul mare, su una fronte di 50 miglia.
Il Comandante del Gruppo Operativo “San Marco” aveva dato l’incarico di attaccare e distruggere gli obiettivi, alle prime luci dell’alba, ai team assalto trasportati da elicotteri Sea King SH-3D, le cui zone d’atterraggio dovevano essere avvicinate e dichiarate sicure prima dell’arrivo degli elicotteri da squadre d’attacco giunte dal mare durante la notte. Obiettivi e punti di sbarco dal mare sarebbero stati preventivamente ricogniti da team Recon infiltrati in precedenza.
Non credo di sbagliarmi quando dico che assistemmo alla spiegazione in assoluto silenzio. È difficile, dopo tanto tempo, dire in che modo il nostro tenente abbia diviso gli esploratori e assegnato loro i compiti individuali. Di certo il mio posto era con i team attacco portati dai gommoni. Le esperienze di infiltrazione dal mare con rilascio da unità navali di superficie, maturate assieme agli incursori dell’allora 9° battaglione d’assalto paracadutisti “Col Moschin”, trovavano il loro giusto contesto d’impiego.
C’era un altro elemento che giocava in mio favore. Fin dai tempi della squadra Idrografica la Brussa era una zona intensamente utilizzata da noi, sia perché relativamente vicina a Sant’Andrea sia perché la morfologia dell’ambiente ben si prestava alla preparazione dei nostri compiti operativi.
Per sommi capi, l’esercitazione si svolse in questo modo:
Due notti precedenti l’azione sugli obiettivi, nuclei Recon furono inseriti nell’area delle operazioni, da mezzi veloci di superficie, con il compito di studiare il dispositivo difensivo avversario e il terreno, allo scopo di individuare possibili vie di infiltrazione per i team in arrivo dal mare.
Il giorno precedente l’azione, sull’esiguo spazio consentito dalla scarsa ampiezza del ponte, gli elicotteri appontarono su Nave ‘Grado’ per imbarcare i team assalto. Chi non l’ha mai visto con i propri occhi difficilmente riuscirà ad immaginare la perizia necessaria da parte dei piloti e la straordinaria abilità del Comandante in Seconda della nave nel segnalare, con apposite palette, le manovre corrette per le manovre necessarie all’appontaggio e decollo. Davvero un’eccezionale (per lo meno dal nostro punto di vista) dimostrazione di elevata professionalità. Tuttavia, poiché queste stesse manovre sarebbero state estremamente pericolose se effettuate di notte, gli elicotteri si portarono in una località in terraferma da cui partire il giorno dopo per l’attacco agli obiettivi.
La notte dell’azione, Nave ‘Grado’ rilasciò nove gommoni (tra i quali anche i nostri) con cui tre squadre d’attacco presero terra sul punto segnalato dai Recon. La navigazione fu in parte ostacolata da una leggera foschia che impediva di utilizzare il profilo di costa come riferimento. Alla corretta individuazione del punto di presa terra contribuì anche la nostra conoscenza dell’area. Ben prima dell’alba, gli obiettivi erano raggiunti e avvicinati, senza che le forze di difesa ci avessero individuato.
All’approssimarsi dell’alba, la nebbia che aveva favorito le squadre d’attacco nello sbarco e movimento d’infiltrazione ancora persisteva nell’area. Fu così che, tramite comunicazioni radio terra-nave-terra, apprendemmo che gli obiettivi dovevano essere ‘acquisiti’ dalle squadre già sul posto.
Non ricordo se i colleghi del “San Marco” portarono con loro lanciarazzi controcarro da 83mm Blincide, sta di fatto che attaccammo gli obiettivi e poi corremmo velocemente verso il punto sulla costa dove attendevano i gommoni necessari per l’estrazione dall’area divenuta estremamente pericolosa. Infatti, nel movimento di sgancio, uno dei nostri team ingaggiò un conflitto a fuoco (leggi munizionamento a salve) con una pattuglia di lagunari. Sul punto in cui attendevano i battelli, la sopraggiunta bassa marea costrinse gli equipaggi ad un faticoso trasporto a mano prima di poter salire a bordo ed accendere i motori. Dopo di che, ritornare sulla nave che attendeva a circa 5 miglia al largo fu un gioco da ragazzi.
Non credo ci sia bisogno di dirvi che l’esperienza, in ogni suo aspetto, galvanizzò tutti noi. Per chi sapeva vedere e valutare, avevamo dimostrato che:
(a) il nostro metodo di addestramento funzionava e ci permetteva di essere impiegati anche ben oltre i limiti che la nostra organizzazione poneva, (b) in accordo con il nostro ruolo primario conoscevamo bene le coste del nord-est d’Italia così da poterle sfruttare a nostro vantaggio e (c) potevamo essere integrati in unità simili di altra forza armata, con scarso preavviso, per l’assolvimento di compiti particolari.
Aggiungo questa particolare immagine che ritrae il Sottotenente Martini Giorgio oggi Capitano di Vascello della riserva della Marina Militare, con cui avemmo un rapporto particolare e privilegiato negli anni a venire in quell’occasione aggregato alla compagnia del 1° battaglione lagunari “Serenissima” incaricata di difendere gli obiettivi dai nostri attacchi.
Al momento di lasciare la nave, il Comandante della ‘Grado’ ci fece dono di una foto la cui dedica rappresentò davvero un porta fortuna, poiché nei quattro anni successivi, gli esploratori anfibi furono chiamati a partecipare all’annuale edizione della ‘Folaga’.
Il cliché dell’esercitazione ‘Folaga’ è pressoché uguale, come è quasi sempre per attività che si ripetono con cadenza annuale in cui la maggior parte del personale da addestrare è composta da militari di leva.
Folaga 14 (1986)
La seconda volta che il plotone si rischiera a Brindisi la fa per via aerea. All’aeroporto di Venezia-Tessera, a bordo di un C-130 Hercules della 46a Brigata Aerea, carichiamo ogni cosa necessaria alla condotta di un colpo di mano anfibio: armi, munizioni e artifizi, apparati radio e strumenti ottici, mute e pinne, zaini, battelli pneumatici (smontati), motori fuoribordo, serbatoi (vuoti) e olio per miscela, bussole nautiche; più altri articoli ritenuti utili.
Una volta a Brindisi, scopriamo che non tutti partecipano alle fasi attacco dal mare o assalto dall’aria; alcuni sono impiegati con i Recon nelle attività preparatorie all’azione vera e propria. Così mentre il plotone imbarca su Nave ‘Caorle’ (L9891), un certo numero di esploratori si porta presso la banchina della Squadriglia Aliscafi (COMSQUALI). Osservo queste imbarcazioni, i cui equipaggi indossano tute di volo come gli elicotteristi e penso:
«Anni addietro ho utilizzato vecchie Motocannoniere, ora sostituite da questi nuovi aliscafi lanciamissili, per inserzione ed estrazione di battelli e canoe, ma lo spazio di coperta era abbastanza ampio da consentire il trasporto di alcuni battelli e altrettanti kayak. E qui, come cavolo facciamo?»
L’arcano è presto risolto: battello a prua sotto il cannone, motore e serbatoi a poppa, personale e resto dei materiali sotto coperta. Il tutto però non deve pesare troppo, altrimenti l’aliscafo non ‘decolla’. È proprio questo il termine utilizzato dall’equipaggio. In effetti, uscito dal porto, lo ‘Sparviero’ (P420) su cui sono imbarcato e l’altro aliscafo, di cui non ricordo il nome, raggiunta la velocità ottimale sembrano quasi volare sull’acqua, con i rispettivi scafi completamente sospesi in aria. Il modo con cui li descrivo non è sicuramente appropriato, ma gli amici Marinai vorranno perdonare questo povero terrazzano, come a volte mi apostrofava Capo Trotta. Ciò che conta è il fatto che in un tempo relativamente breve i nostri team si trovano di fronte allo sperone del Gargano, in una posizione distante più o meno 150 miglia nautiche da Brindisi. Con buona parte della notte a disposizione, ad una distanza da cui la costa non è assolutamente visibile, gli aliscafi rilasciano i due team Recon che si dirigono, ciascuno, verso le due estremità del Lago di Varano.
Giunti a terra, i battelli sono nascosti e vigilati da una coppia di esploratori. Il resto degli operatori, divisi in coppie, muove verso i rispettivi obiettivi da controllare, situati nell’entroterra pugliese a circa 8-10 chilometri dal mare. Non ricordo esattamente chi è in un team e chi nell’altro; di sicuro c’è Martino Dal Ben (7°/85), in coppia con un Capo incursore del “San Marco”.
Lo svolgimento dell’esercitazione ricalca il solito cliché, se non fosse per il fatto che, questa volta, c’è un ritardo imprevisto nell’azione. Infatti, ritornati sulla spiaggia, con il collegamento radio dove confermiamo di aver positivamente ricognito obiettivo, landing zone per l’elicottero d’assalto e itinerario spiaggia-obiettivo per l’unità d’attacco, ci viene comunicato che l’azione è rinviata di 24 ore. Oltre le Isole Tremiti, dove Nave ‘Caorle’ è in attesa, le condizioni del mare non consentono il ‘lancio’ in sicurezza dei battelli. Per noi, dover attendere la notte successiva, significa trovare una posizione nascosta per evitare di essere compromessi dalle unità della brigata” Pinerolo” in funzione di contro-interdizione e le pattuglie di Carabinieri e Guardia di Finanza, in normale servizio di controllo del territorio ma allertate circa la presenza di ‘elementi avversari’ da fermare e arrestare. Non è un’impresa difficile, se l’ambiente naturale è tale da fornire qualche possibilità. Non qui. Quasi ovunque uliveti privi di qualsiasi vegetazione che possa nascondere dall’osservazione e bassi muretti a secco. Nonostante ciò, in qualche modo riusciamo ad evitare la scoperta e la cattura e la notte successiva torniamo in spiaggia ad attendere i battelli delle squadre d’attacco. L’esercitazione si conclude con successo, anzi di più. Ritornati a bordo di Nave ‘Caorle’ apprendiamo che Martino, causa problemi sanitari del Recon con cui era in coppia, ha condotto la sua parte di missione efficacemente. Un bel successo per il plotone che, in tal modo, conferma la bontà dei suoi programmi di addestramento.
Folaga 15 (1987)
In questa edizione dell’esercitazione imbarchiamo nuovamente su Nave ‘Grado’ e gli obiettivi del colpo di mano sono ancora nella Brussa di Caorle.
Una volta a Brindisi, apprendiamo che, come l’anno precedente, abbiamo esploratori anfibi che agiscono anche come ricognitori. Lo sviluppo dell’operazione prevede che i team Recon siano avvicinati alla costa-obiettivo da una motozattera tipo MTC che attende al largo di Ancona. Durante la navigazione Brindisi-Ancona prepariamo i battelli ed escogitiamo un metodo per far passare un ‘elemento esterno non addestrato’ al di là dei corsi d’acqua che intersecano la Brussa.
La MTC 1012 (A5348), che ci prende a bordo al largo di Ancona, durante la notte ci rilascia a circa 10 miglia al largo di Caorle.
Poiché la difesa dell’area, condotta dai lagunari del 1° battaglione, è ritenuta alquanto efficace, invece di prendere terra direttamente con i battelli, avviciniamo la costa a nuoto e, verificata l’assenza di opposizione, segnaliamo il punto più idoneo per farli giungere a terra, dove sono immediatamente portati in secco e mimetizzati. Tre esploratori (Abramo ed Emanuele del 4°/86 e Davide del 7°/86) con tre marò rimangono a vigilarli, nel silenzio più assoluto, per tutte le 48 ore necessarie a portare a termine i compiti assegnati ai Recon. In coppia con Osvaldo, per la durata dell’intera esercitazione, indosso la muta Gamma che (per chi la conosce) comprende un collarino in lattice particolarmente fastidioso.
La ricognizione del nostro obiettivo e dell’itinerario migliore per condurre i team d’attacco nei suoi pressi ci costringe anche a nasconderci fra i canneti, immersi nell’acqua, causa l’intenso pattugliamento diurno dei lagunari. La notte dell’azione, facciamo sbarcare i team attacco portati da battelli e prendiamo con noi un ufficiale dell’Aeronautica Militare incaricato di guidare un attacco al suolo prima dell’arrivo degli elicotteri con i team d’assalto all’alba. Credo fosse la prima volta che, indossata una tuta mimetica, questi si vide obbligato ad applicare creme di mascheramento su viso e mani, strisciare nell’erba, rispettare il più assoluto silenzio per molte ore ed essere ‘portato’ al di là di larghi canali.
Nel movimento di avvicinamento agli obiettivi, Antonio (un incursore del 9° “Col Moschin” in servizio al “San Marco”) avverte la presenza di un POA del 1° battaglione. Sono sicuro che quel lagunare si ricorda delle parole sussurrate al suo orecchio da un soldato (che poteva essere giudicato anziano agli occhi di un militare di leva) sbucato dal nulla. Per inciso, Antonio era l’inquadratore al mio corso al Varignano, dodici anni prima.
Terminata con successo la missione, tutti i partecipanti (un po’ stipati sui battelli) rientrano a bordo di Nave ‘Grado’ che attende al largo.
Folaga 16 (1988)
Gli obiettivi di questo colpo di mano sono ancora nella Brussa di Caorle, difesi dai lagunari del 1° battaglione e noi, ancora una volta, imbarchiamo a Brindisi su Nave ‘Caorle’.
Come nella prima edizione, conduco un team attacco con movimento notturno nave-terra per mezzo dei nostri battelli. L’azione, come in altre occasioni, è quella di fissare (col fuoco di armi individuali e di reparto) le forze a difesa degli obiettivi così da distogliere l’attenzione dai punti di atterraggio degli elicotteri incaricati di trasportare i team che, materialmente, devono condurre l’assalto.
La parte più pericolosa (seppur nella finzione della specifica attività addestrativa) è ritornare sulla costa, dove attendono i battelli, e far rotta verso la nave al largo, evitando di essere ingaggiati dall’avversario.
Folaga 17 (1989)
Questa volta, anziché a Brindisi, il plotone imbarca ad Ancona su Nave “San Marco” (L9853) e l’area in cui si trovano gli obiettivi da attaccare è presso la foce del Fiume Reno.
Altra novità è rappresentata dal fatto che i team Recon utilizzano un sistema misto ‘aereo e navale’ per l’inserzione. Si tratta infatti di imbarcare i battelli pneumatici Zodiac FC-470, sgonfi e arrotolati (più motori, serbatoi di carburante e contenitori per armi e materiali), su elicotteri SH-3D che, di notte, li rilasciano in mare aperto e da lì proseguono verso terra.
È intuitivo che in questo modo il raggio d’azione dei team da ricognizione è enorme: (1) la nave può navigare a grandissima distanza dalla costa avversaria, ben oltre il raggio d’azione di qualsiasi pattugliatore costiero; (2) gli elicotteri coprono altra distanza (volando in modo da tale da risultare difficili da individuare da parte di eventuali radar costieri) e rilasciare i battelli oltre la linea dell’orizzonte; (3) i battelli, riassemblati in acqua, portano quindi gli operatori a distanza utile per la fase finale dell’inserzione che può prevedere il nuoto così come la presa di terra, se le diverse condizioni lo consentono.
Alla ‘Folaga 17’ noi portammo alcune mute stagne modello ‘Africa’, molto più pratiche di quelle ‘Gamma’ risalenti alla seconda guerra mondiale. Realizzate per l’Esercito (incursori del 9° Col Moschin ed esploratori anfibi dei Lagunari), permettevano di indossare sotto di esse la normale uniforme da combattimento, o altro tipo di vestiario, così da essere pronti al movimento in profondità una volta a terra. Questa caratteristica la rendeva particolarmente adatta a diversi tipi di attività dall’immersione subacquea al nuoto su lunghe distanze; dall’attraversamento di corsi d’acqua profondi (river crossing) al movimento in vaste zone umide essendo leggera da trasportare, arrotolata, nello zaino. Unico punto debole erano le parti in lattice, piuttosto delicate.
Folaga 20 (1994)
Per ragioni legate alla Crisi del Golfo Persico ed altre a noi sconosciute, i Lagunari sono chiamati a partecipare a questa esercitazione solo nel 1994. Lo scenario è diverso dai precedenti così come lo sono forze ed assetti impiegati.
Il 1° battaglione lagunari è incaricato della difesa del Faro del porto di Piave Vecchia che in passato ospitava un radar costiero della Marina Militare modello SPQ-5 (conosciuto anche come sarchiapone) mentre gli esploratori anfibi, nella veste di elementi della guerriglia, devono muovere le squadre d’assalto del “San Marco” attraverso la Laguna di Venezia.
È così che, un pomeriggio di aprile, i battelli del plotone si portano in un’area costiera a sud della città di Chioggia e marcano una zona di atterraggio per elicotteri. I marò sbarcano dagli SH-3D e, riconosciuti i ‘guerriglieri’ amici, imbarcano sui battelli. Con il favore del buio si supera Chioggia e si muove alla volta della laguna nord di Venezia. Su un isolotto disabitato, previa identificazione tramite una procedura concordata, altri esploratori sostituiscono i serbatoi di carburante vuoti con altrettanti pieni. In località Portegrandi la forza d’attacco entra nel Fiume Sile.
Presso il ponte di Caposile attende una veloce imbarcazione (utilizzata dal plotone, con la sigla MRSI, per circa un anno), al comando di Francesco ‘Doge’ Finzi, che imbarca alcuni operatori DOA incarcati di compiere un’azione diversiva provenendo dal mare.
Al ponte ci attende anche mia moglie Paola che, in maniera furtiva, ha seguito i veicoli del 1° battaglione e preso nota delle posizioni occupate dai lagunari per controllare il territorio. Il pericolo maggiore da lei corso era di incappare in una pattuglia dei Carabinieri e dover spiegare loro perché la sua Fiat Panda procedeva lenta e a fari spenti. Con le informazioni acquisite, i guerriglieri sono in grado di far sbarcare i marò in località abbastanza sicure e indicare loro come arrivare all’obiettivo evitando i punti presidiati.
Al rientro a Sant’Andrea ci sentimmo dire che le condizioni meteo-marine erano tali da sconsigliare di uscire dalla foce e dirigersi al largo. Sarà stato per il fischiare del vento, o il frangersi delle onde, oppure il rumore dell’idrogetto, sta di fatto che a Doge era sfuggito quel consiglio e… i DOA sono arrivati dal mare e l’attacco al faro ha avuto successo.
Che io sappia, quella è stata l’ultima volta che esploratori o lagunari sono stati chiamati a partecipare a questa esercitazione.
Come si può arguire da quanto seppur succintamente descritto, dalle esercitazioni interforze ‘Folaga’ il plotone ha acquisito un ricco bagaglio di esperienze. Oltre al fatto che tutto ciò che gli esploratori fanno diventa patrimonio dell’intera unità, essendo stato presente ad ogni edizione, svolgendo ruoli diversi, nel corso degli anni ho potuto fornire utili indicazioni ogniqualvolta ad una determinata situazione poteva essere associato questo e quell’evento, così che le lezioni da ‘identificate’ fossero ‘apprese’ ed adattate alle necessità per portare a termine, e in maggior sicurezza, quanto richiesto.

