La sera del 9 dicembre 2024, alla riunione di fine anno della Sezione A.L.T.A. di Eraclea, apprendo che il Generale Benito Raccampo è deceduto.
Odo appena il presidente che parla, la mente è da un’altra parte. Il Colonnello Raccampo (lo ricordiamo così, con il grado che ricopriva all’epoca dei fatti che riguardano i lagunari e, soprattutto, il plotone) è una figura importante per noi esploratori; di sicuro lo è per me che ho vissuto le vicende del plotone dall’inizio.
Nel raccontare la genesi e lo sviluppo degli esploratori anfibi, presso alcune sedi dell’U.N.U.C.I., l’importanza del colonnello, nonostante il poco tempo a mia disposizione, è evidenziata, credo, con l’enfasi che merita.
Custodisco, gelosamente, copia del documento, datato 10 febbraio 1983, che l’allora 27° Comandante dei Lagunari inoltrò alle Superiori Autorità allo scopo di attirare l’attenzione sul nostro incarico − nuovo in ambito Forza Armata − e la conseguente necessità di approvare i programmi di specializzazione e addestramento, così come da noi stessi concepito all’atto della costituzione del plotone.
Nel tempo, quel programma, approvato dallo Stato Maggiore dell’Esercito l’anno successivo, ha subito modificazioni; fino a diventare quello attuale, ben più complesso e duro, che è la base per acquisire la qualifica Recon. Ho il forte sospetto che senza quella sua attenzione nei nostri confronti la Forza Armata non ci avrebbe riconosciuto l’iter per diventare esploratore anfibio; perlomeno non con gli argomenti da noi proposti. Mi azzardo quindi a dire che senza quell’apparentemente piccolo passo il nostro futuro sarebbe stato alquanto incerto.
Assieme al documento custodisco la foto scattata al termine di un’esercitazione dimostrativa − ciò che allora si indicava con il termine ’vasetto’− svolta sull’isola del Lazzaretto Nuovo nel 1982.
Quello di prendere d’assalto, frontalmente, un obiettivo non è precisamente un compito da esploratori; tuttavia, volendo utilizzare forze già presenti nella laguna di Venezia la scelta ricadeva su di noi.
Al termine dell’atto tattico, sulla pilotina del battaglione anfibio “Sile”, da cui una delegazione militare straniera osservava, il Comandante si rivolse al proprio staff:
«Accompagnate i signori alla caserma Pepe, io vi raggiungo dopo. Voglio parlare ai miei uomini.»
Detto ciò, scese sul pontile dove eravamo schierati.
Non era mai successo, nei miei nove anni precedenti di vita militare, che un colonnello comandante lasciasse qualcuno − ospiti o altri − per parlare direttamente, da solo, a una piccola unità.
Ricordare tutto quanto ci disse è improponibile, però il suo rimarcare il fatto che l’addestramento militare deve essere svolto in modo tale da preparare con serietà ad azioni di guerra sì mi rimase impresso. E riguardo a ciò, non poteva trovare orecchie più attente delle nostre.
Nei mesi successivi avemmo modo di dialogare più volte con lui. Oltre ad approvare lo svolgimento delle due esercitazioni continuative di pattuglia ‘albatro’ e ‘barracuda’ (creando ciò che in gergo militare si definisce ‘precedente’, utile a favorire l’accettazione di attività successive), volle conoscere i dettagli del programma di selezione e addestramento degli esploratori anfibi, da noi stessi ideato, in piena autonomia, prendendo spunto da quanto avveniva in reparti da ricognizione anfibia stranieri.
Nelle note conclusive del documento che inviò all’allora Comando della Divisione Meccanizzata “Folgore”, delineò chiaramente ciò che il plotone era: una unità dallo spirito aggressivo e multiruolo, simile ad un ‘commando’.
E proprio l’uso di questo ultimo termine mi serve per introdurre un altro elemento che rende il Colonnello Raccampo importante per i lagunari: il basco verde.
Pochi lo ricordano e in molti lo ignorano, ma il primo tentativo (che io sappia) di sostituire il basco nero con quello verde risale al 1983, durante il suo periodo di comando. Dal 2011, grazie al Colonnello Parmiggiani (egli stesso esploratore anfibio ed oggi generale), i lagunari indossano il basco verde… ma noi lo portammo ventotto anni prima.

