Il plotone esploratori anfibi viene ufficialmente attivato, nell’estate del 1981, in sostituzione della squadra Idrografica. Non cercatela però negli innumerevoli cenni storici sui Lagunari; non la troverete.
Nel 2021 – cioè a quarant’anni esatti dall’attivazione del plotone esploratori anfibi – si è cercato di stabilire in che anno fosse stata creata questa piccola unità. Invano.
Scomparsi noi vecchi, non ne rimarrà traccia, al punto da far supporre che non sia mai esistita. Eppure c’era; così come c’erano il Gruppo mezzi da sbarco, il Gruppo mezzi navali e la Sezione aerei leggeri (citati qui e là in qualche documento). Tutti assetti che fanno di questa ibrida specialità del nostro Esercito qualcosa che la distingue da una tipica unità di fanteria.
Nel 1975 (a seguito della ristrutturazione dell’Esercito), alcuni dei compiti operativi delineati nella pubblicazione allora in vigore (la N. 5891, meglio conosciuta come N. 782 della serie dottrinale, edizione 1968), dai soppressi plotoni esploratori e pionieri, passano a questa squadra, sopravvissuta al terremoto ordinativo che ha duramente colpito i Lagunari.
Più precisamente, al personale che, all’interno della squadra, costituiva ciò che loro stessi avevano denominato Nucleo Operatori Subacquei (abbreviato in NOS).
Questo sparuto numero di lagunari specialisti e la loro collocazione geografica sono elementi chiave per comprendere cosa sono gli esploratori anfibi.
La squadra Idrografica, in organico alla Compagnia Comando e Servizi di Reggimento (CCR) – a partire da un momento indefinito nella storia della Specialità – è sempre stata stanziata nella Base di Sant’Andrea, sede dell’allora Compagnia Trasporti Anfibi.
I compiti principali della squadra erano: la ricognizione preventiva delle possibili zone di sbarco; l’individuazione dei sistemi difensivi dell’area scelta per lo sbarco; la segnalazione dei punti di sbarco e la possibile indicazione di zone d’atterraggio per elementi d’attacco eliportati.
Pur senza prove documentali a disposizione, basandomi su quanto delineato nel paragrafo 41. della citata pubblicazione, credo si possa affermare che l’invio di proprio personale presso la scuola incursori della Marina Militare fosse dettato dalla volontà di aumentare le capacità di operare in acqua di quei lagunari chiamati a svolgere importanti azioni a premessa delle operazioni di sbarco.

Nel 1973, il primo ufficiale a qualificarsi subacqueo d’assalto (vi spiegherò più avanti il perché di questo termine) fu il Tenente Leonida Grazioli. Essendo pioniere e subacqueo civile, era già istruttore alla Fase Acqua del corso incursori di reggimento.
A fine luglio, al rientro dal Varignano, scoprimmo che un terremoto ordinativo stava riducendo la specialità lagunari ad un cumulo di macerie. Questo era l’effetto su un piccolo e insignificante sergente di complemento trattenuto che aveva promesso, all’ufficiale accompagnatore e a sé stesso, di sfruttare al massimo quanto appreso. Oggi sembra tutto facile e alla portata di chiunque, ma per un ragazzo del polesine, negli anni ’70 del secolo scorso, l’abilitazione acquisita alla scuola incursori della Marina Militare era stata guadagnata con fatica, sofferenza e impegno.
Ciò che successe alle pedine che costituivano il reggimento lagunari “Serenissima” lo si può apprendere da diverse fonti; quanto invece accadde a Sant’Andrea è piuttosto vago. Provate a confrontare diversi cenni storici per conferma.
Quando arrivai sull’isola, trasportato da una motozattera da sbarco tipo MTM, pilotata dal sergente maggiore Bellopede, trovai un ambiente decisamente più rilassato, meno formale rispetto a quello che avevo lasciato a Malcontenta. Comandava la compagnia trasporti anfibi (altro assetto non propriamente assimilabile alla fanteria) il Capitano Paternò, ma noi subacquei avremmo avuto come diretto superiore, dal punto di vista tecnico, il Capitano Grazioli; l’ufficiale che, la primavera precedente ci aveva accompagnato alla Base navale ‘Teseo Tesei’.
La squadra cui entrai a far parte era al comando del sergente maggiore Saba, topografo – per lo meno sulla carta. Chi conosce davvero l’esercito sa che un conto è lo scritto altro la realtà. Questo perché gli organici sono stabiliti in funzione dei compiti operativi ma le mansioni che tengono in vita reparti e infrastrutture obbligano molto personale a svolgere incarichi diversi dagli originali. Forse oggi è diverso, ma allora era così.
Ciò che ci riguarda più da vicino è il cuore palpitante della squadra: i due sottufficiali subacquei neo assegnati, i sei o sette (non ricordo esattamente l’organico che, ad ogni modo, non completammo mai) lagunari con incarico pioniere (13/A), selezionati, ove possibile, tra le reclute in possesso di brevetto subacqueo rilasciato dalla FIPS – l’allora unica società nazionale a rilasciare abilitazioni ai civili – ed il sergente maggiore Fornelli (già nella disciolta compagnia trasmissioni ed anch’egli istruttore nella Fase Acqua dei precedenti corsi incursori) quale responsabile delle attrezzature subacquee acquisite dal reggimento.
Nella confusione seguita alla trasformazione del comando di reggimento in comando Truppe Anfibie andarono perdute le disposizioni che riguardavano l’impiego della squadra Idrografica. Attendemmo quindi che la compagnia trasporti anfibi si trasformasse in battaglione mezzi anfibi “Sile” ma… ancora nulla.
Nonostante ciò, lo speaker in occasioni di esercitazioni dimostrative e i Comandanti delle truppe anfibie intervistati ufficialmente ammettevano l’esistenza della squadra incaricata di svolgere compiti operativi.
A quel punto, agimmo d’iniziativa, partendo da alcune supposizioni.
«Cosa dici? D’iniziativa?» è quello che certamente state pensando.
Potrei rispondervi che nelle Generalità, paragrafo 12. della citata pubblicazione, ci sono termini come ‘libertà d’azione’ e ‘interventi d’iniziativa’ ma nemmeno questo vi soddisferebbe, perciò continuo.
Nello stesso riferimento dottrinale è possibile notare come nella Parte Prima, riguardante le attività e momenti operativi tipici del gruppo tattico impiegato in operazioni anfibie di conquista (in proprio e a breve raggio), parlando di concezione e organizzazione dell’operazione anfibia, si accenni all’acquisizione dei dati informativi tra cui è facile dedurre facessero parte quelli riguardanti le zone di sbarco.
Non ci sono riscontri certi su questo ma è logico supporre che la raccolta di alcuni di questi dati fosse compito della squadra Idrografica, poiché organica al comando di reggimento e svincolata dai compiti assegnati invece ai plotoni esploratori e pionieri che, nei tre battaglioni anfibi, costituivano i reparti incursori.
Un esempio dei dati raccolti da questa squadra potrebbero essere gli “eventuali vincoli per la scelta della spiaggia di sbarco” indicati nell’Appendice 3 all’Allegato «B» della stessa pubblicazione. Com’è risaputo, il gradiente di spiaggia e la natura del fondo sono tra le caratteristiche idrografiche delle zone di sbarco. L’inserimento nell’organico della squadra di sottufficiali subacquei ad indirizzo offensivo doveva necessariamente rispondere a queste esigenze, così come lo era quella di provvedere alla demolizione di ostacoli antisbarco.

A riprova di quanto detto, il Comando Truppe Anfibie tentò di inviare il sergente maggiore Soccoli ed io a frequentare il corso DOA (demolitori ostacoli antisbarco), condotto a favore del personale dele battaglione “San Marco” che trattava, appunto, tutta la tematica inerente alle ricognizioni di spiaggia.
Un disguido tecnico fece abortire il progetto, tuttavia, nel periodo trascorso alla scuola incursori in quel frangente ci furono illustrate alcune delle procedure necessarie allo scopo. Gli appunti presi furono trasferiti da un quaderno scritto a mano ad un documento che fu acquisto dal battaglione “Sile”.
Dal 1976 al 1981, mentre il “Sile” consolidava le procedure per fornire adeguato supporto, tattico e logistico, al 1° battaglione lagunari “Serenissima” quando impegnato in operazioni anfibie, subacquei e pionieri, come accennato, definirono sé stessi Nucleo Operatori Subacquei – abbreviato in NOS.
Oltre che un acronimo, Nos è una parola latina che significa noi, e, dal momento che, come pedina dedicata ad azioni offensive, saremmo stati i primi della specialità a giungere sulla costa avversaria, con un pizzico di presunzione, pensammo di adottare il motto “Nemo ante nos” – nessuno prima di noi – da affiancare al “Terra marique semper” del battaglione.
In quegli anni, l’Esercito non aveva molte unità per questo tipo di azioni: gli incursori del 9° Col Moschin – dedicati a compiti per lo più strategici – e i paracadutisti della BAO/13° GRACO – orientati all’acquisizione di obiettivi per i missili balistici della brigata “Aquileia”; più noi. Quel motto non fu mai reso noto… fino ad ora.
Se il motto fu qualcosa che rimase confinato all’interno della mia testa, l’emblema che pensammo di adottare vide invece la luce del giorno. Ogni soldato ha bisogno di un distintivo, un po’ per indicare la propria funzione nell’ambito dell’organizzazione cui appartiene e un po’ per distinguersi dagli altri.
C’è qualcuno in grado di smentire questa affermazione, senza barare con sé stesso?
Io penso serva anche al singolo, per ricordargli “cosa è” e come deve agire, comportandosi di conseguenza. Al “Marghera” portavo sull’uniforme il distintivo di “assaltatore”, rappresentato da pugnale e bomba a mano, cui andavo particolarmente fiero. In cambio di questo, al termine del corso a COMSUBIN, ricevetti un polipo ricamato in filo dorato su campo blu, da cucire all’altezza del polso sulla manica sinistra delle uniformi di servizio (Drop) o ordinaria (Diagonale). La figura del polipo indica i sommozzatori della Marina e qualcuno, sarcasticamente, lo chiama “moscardino”. Sarcasmo o no, per quanto mi riguarda, in mancanza di un distintivo adeguato, indica la nostra capacità di operare sott’acqua. Un’abilità che, nonostante qualcuno affermi sia possibile ottenere in sette giorni frequentando resort turistici, in ambito militare si acquisisce con faticoso e doloroso impegno. Se a qualcuno ciò non piace, non m’importa. L’ho sempre portato con orgoglio e non l’ho mai tolto.
Quello che però ci mancava era un distintivo da portare sulla tuta da combattimento. Non che fosse abituale vedere distintivi di specializzazione sulle tute ai quei tempi, ma ne disegnammo uno ugualmente:
un pugnale sormontato dal polipo.

La simbologia non è difficile da decifrare: indica l’indirizzo offensivo delle attività svolte ‘in acqua, nell’acqua e sott’acqua’ sommato alla capacità di condurre operazio
ni particolari. In realtà, in linea con le definizioni che allora caratterizzavano le attività militari, l’impiego di tecniche e modalità come quelle nostre ben si adattava all’aggettivo “speciali”.
Addestramento
La preparazione del personale e il suo capillare addestramento, di solito, seguono quanto indicato nelle pubblicazioni di riferimento. Basandoci su quanto esposto sulla pubblicazione N. 782, ci sforzammo di provare diverse tecniche – in acqua e a terra – per essere pronti ad intervenire a premessa delle operazioni del 1° battaglione lagunari: chilometri di nuoto in superficie, cercando di mantenere il ritmo infaticabile del Capitano Grazioli – specialmente quando ci portava nei canali con corrente contraria; prese di terra ovunque capitasse; discese a corda doppia dalla cavana o da qualsiasi altra struttura verticale; superamento di ostacoli di varia natura (a tal proposito, non vi stupirà apprendere che, utilizzando materiali recuperati in giro, ci costruimmo un ‘percorso di guerra’ personale, in un angolo inutilizzato dell’isola). Costantemente affiancati dai pionieri, ci ingegnammo a studiare le lagune – da Chioggia a Grado – servendoci di ogni natante e mezzo da sbarco a disposizione per ricognizioni, infiltrazioni e recuperi dall’acqua.

Un aspetto importante del nostro lavoro è sempre stato mantenere il fisico allenato. Di norma, la giornata iniziava con esercizi di vario genere, ma ciò che risultava un po’ complicato sull’isola era la corsa. Per rimediare, quando possibile, Piero ed io salivamo sul Mototopo delle 06.00 del mattino per andare a correre sulla Diga di San Nicolò e riprendere la linea successiva, così da rientrare giusto in tempo per l’alzabandiera. Più di qualcuno ci prese per matti, specialmente d’inverno.
Armamento
La questione delle armi è stata (è ancora e sarà sempre) critica e delicata allo stesso tempo. Critica perché senza armi non si assolve nessun compito operativo; delicata perché troppo spesso chi c’impiega pare non comprendere le motivazioni che ci spingono a chiedere determinati tipi o modelli di armi. Noi non siamo incursori navali. Anche se addestrati da questi a piazzare cariche esplosive su navi o strutture in acqua, operiamo a premessa e in supporto ad unità di fanteria anfibia. Ciò significa che il nuoto, in superficie o in immersione, è solo una parte (spesso la prima) del nostro operare. Una volta a terra dobbiamo disporre di armi per agire contro obiettivi (siano essi assegnati oppure di circostanza), eliminare elementi difensivi o evitare la cattura e sopravvivere. E queste armi dobbiamo portarle con noi in acqua.
Premesso questo, oltre alla pistola Beretta mod. 34, essendo la squadra Idrografica inserita nella compagnia comando e servizi, all’inizio avremmo dovuto essere armati con fucili semiautomatici Garand. I dettagli tecnici li potete ricercare voi stessi, ma… avremmo potuto assolvere compiti di combattimento su coste ostili con questo tipo di armamento?

Il problema venne in parte risolto autorizzando il movimento, tra compagnie del battaglione, di fucili d’assalto FAL BM59 ITAL-TA. Altre soluzioni le studiammo, e adottammo, ancora una volta, in proprio, così da essere in grado di agire in silenzio o disporre di una capacità di fuoco più adeguata. Nell’ottica di poter agire, o reagire, quando ancora solo in muta da sub, Roberto – il mio coppio triestino – ed io, frequentammo la palestra in cui insegnava karate Sandro Martinelli. Di Sandro, lagunare in congedo e amico – che aveva portato le arti marziali a Sant’Andrea con il Capitano Paternò – ricordo benissimo l’inflessibilità nella condotta degli esercizi e, soprattutto, ciò che continuava a ripeterci: «Dovete buttar giù l’avversario al primo colpo. Potreste non avere l’occasione di sferrarne un secondo.» Non diventammo mai veramente esperti in quella disciplina, però quel particolare insegnamento è rimasto scolpito nella mia mente e l’ho sempre tenuto nella giusta considerazione.
Per quanto concerne le armi da fuoco, c’è un particolare a riguardo, evidenziato anche in un libro del Generale Scollo dedicato al tiro di precisione nell’Esercito. Considerammo la possibilità, una volta a terra e completate le operazioni a premessa dello sbarco, di facilitare le azioni delle unità lagunari colpendo specifici bersagli a distanza, sul retro del dispositivo avversario. I precursori degli attuali tiratori scelti.

Attrezzature subacquee
All’arrivo a Sant’Andrea, ciò che trovammo per effettuare immersioni era a dir poco… basico: autorespiratori a circuito chiuso (ARO) e ad aria (ARA), mute stagne modello Gamma e in neoprene da cinque millimetri, pinne e mascherini. Ma nessuna cintura di zavorra, niente cappucci o guanti in neoprene, né coltelli da sub, orologi, bussole subacquee.
Il compressore per la ricarica degli ARA mancava di alcuni elementi per farlo funzionare e per caricare Ossigeno da respirazione negli ARO occorreva portarli presso ditte esterne. Per non parlare della difficoltà di reperire la Calce Sodata (senza la quale l’ARO è inservibile).
Prendendo atto della situazione, come si suol dire, ci rimboccammo le maniche. Utilizzando fondi disponibili sul capitolo dedicato alle attrezzature sportive acquistammo alcuni degli articoli mancanti. L’officina ci costruì uno stampo per realizzare piombi per zavorra e così, fondendo piombo recuperato ovunque capitasse, costruimmo le cinture di zavorra. Per procurarci altro utilizzammo l’iniziativa, l’inventiva e l’esperienza del sergente maggiore Fornelli e, come in molte altre occasioni a venire, impegnando soldi nostri. In nessun momento il Comandante rimase senza il supporto, immediato, dei suoi operatori subacquei.
Equipaggiamento
I capi di vestiario ed equipaggiamento allora distribuiti dal Servizio di Commissariato, oltre ad essere studiati e calibrati per l’esercito di leva, chiamato ad agire in massa, non erano proprio quello che serviva per operare in acqua o combattere nell’entroterra provenendo dall’acqua. Iniziò così una ricerca, costante e inesauribile, di sistemi per portare addosso munizioni e altro (buffetterie), zaini in nylon, oggetti leggeri e poco ingombranti, calzature adatte, e così via.
Man mano che si provavano nuove tecniche di infiltrazione e azione sugli obiettivi, si scopriva di aver bisogno di un determinato articolo di equipaggiamento e se ne iniziava la ricerca. Mi rendo conto che in questo modo si perde di vista quell’uniformità tipica dei reparti militari. A giustificazione posso addurre che: a) noi non dobbiamo combattere in righe ordinate e smaglianti come a Waterloo; b) pochi elementi, che vivono e operano lontano da tutti gli altri, possono anche essere tollerati; c) i compiti a noi assegnati non sono normalmente assolvibili con quello che passa la vestizione ordinaria. Questo ragionamento non ha mai perso di validità nel corso degli anni ed è sempre attuale.
Per lungo tempo, alcune delle voci riportate sul Registro di Carico dei Materiali Subacquei sono rimaste senza spiegazione: ancorotti da lancio per incursori, samurai navali e samurai costieri. Un giorno vi svelerò l’arcano.
Locali
Dal momento stesso in cui ci installammo sull’isola, cercammo di ottenere i locali che ci servivano. Passammo da una stanza in fondo a un corridoio al secondo piano della palazzina Comando ad un piccolo edificio a sé stante indicato col nome di Palazzina San Marco. 
Oltre che magazzino attrezzature subacquee, divenne anche laboratorio, ufficio e piccola sala ritrovo. Non che si potesse cucinare, ma preparare del caffè o altre bevande calde sì.
Fino alla realizzazione del nuovo grande edificio, per i pionieri ed esploratori che si sono succeduti negli anni, quel locale era solo e semplicemente “il NOS”.
Di fronte a questa palazzina esisteva un altro basso edificio in cui ricavammo due stanze per immagazzinare materiali ed equipaggiamenti vari e un locale docce. Chi non è subacqueo farà un po’ fatica a capire, ma quando si esce dall’acqua, specialmente in inverno, disporre di un locale in cui entrare completamente vestiti, lavare con acqua dolce autorespiratore, muta, pinne e tutto quello che è stato immerso in acqua salata e fare quindi una doccia calda… è gran cosa. Realizzammo esattamente ciò che serviva grazie all’opera e alla perizia di pionieri che erano, o s’improvvisarono, muratori, idraulici, elettricisti e imbianchini. Il capiente boiler per l’acqua calda, sfruttato fino a quando non cambiammo sistemazione, fu recuperato da un Ente della Marina Militare che abbandonava un’installazione non più in uso.
Sempre grazie alle mani d’oro dei nostri ragazzi e all’iniziativa del sergente maggiore Fornelli, realizzammo una vasca per provare gli ARO e delle rastrelliere per mantenerli nella giusta posizione quando non in uso, speciali attaccapanni per appendere mute e sottomute in lana, e altro ancora. Il tutto per mantenerci costantemente pronti a rispondere alle richieste del battaglione e del Comando Truppe Anfibie.
Mezzi
La squadra poteva disporre di propri battelli pneumatici (gommoni) dotati di motore fuoribordo Evinrude da 40HP, sufficientemente rustico così da poter risolvere alcune avarie senza necessità di strumenti sofisticati ed in qualunque luogo ci si trovasse.

Ciò nonostante, come ampiamente dimostrato dalle esercitazioni delle Truppe Anfibie cui partecipammo, nella realtà saremmo stati inseriti nell’area delle operazioni primariamente tramite rilascio in acqua da elicotteri, con la tecnica denominata helocast.

Per inserzioni, oltre che con i gommoni ed elicotteri, provammo tecniche di rilascio anche dall’hovercraft che la Marina Militare ospitava dentro l’Arsenale di Venezia. Negli anni ’70 era il mezzo di superficie più veloce disponibile, oltretutto dotato di strumentazione tale da poter navigare con accuratezza a diverse miglia di distanza dalla costa. Per contro era molto rumoroso.

Procedure

Escludendo la pubblicazione N. 782, non avevamo altre direttive ufficiali o manuali di riferimento circa le operazioni di ricognizione e preassalto anfibio. Nemmeno la specifica Dottrina NATO per le Operazioni Anfibie (ATP-8) forniva indicazioni dettagliate.
Con i rudimentali mezzi d’informazione disponibili negli anni ’70, considerammo ogni principio o tecnica di ricognizione anfibia che riuscivamo a trovare. Dal disastro di Gallipoli (1915), alle attività sviluppate dal COPP britannico nel secondo conflitto mondiale, passando per le operazioni nel Pacifico svolte dagli Amphibious Scouts e UDT americani.

Per quanto riguarda quelle che erano definite operazioni anfibie di Classe A (colpi di mano costieri, incursioni nell’entroterra, neutralizzazione di elementi difensivi e di scoperta, eccetera), prendemmo come esempio i Commandos britannici, in quanto il loro modo di operare ci sembrava più vicino alle esigenze della nostra forza armata. Tutte azioni dove il conseguimento assoluto della sorpresa ben si addice all’impiego di pochi uomini che utilizzano metodi non-ortodossi, procedure non-convenzionali e tecniche speciali. Non che in realtà ci fosse molto di questo materiale a disposizione. Riuscite ad immaginarvi una caserma senza biblioteca in un mondo senza internet? Ad ogni modo qualcosa trovammo. Ad esempio un vecchio libricino riguardante le Operazioni Anfibie (senza copertina e pagine iniziali), edito dall’Istituto di Guerra Marittima negli anni ’50, gettato tra vecchi registri e montagne di carta, quando la Marina Militare abbandonò definitivamente il presidio presso il Forte di S. Andrea.
In aggiunta, dal momento che, secondo la pubblicazione N. 782, i lagunari avrebbero dovuto svolgere anche azioni di guerriglia, utilizzammo due manuali stranieri per studiarne le modalità.


1979 Un anno particolare
Accade, di tanto in tanto, che un anno si evidenzi dagli altri per il numero, la frequenza e la qualità degli eventi che lo contraddistinguono. Eventi in grado di lasciare segni duraturi e indelebili su chi li vive.
Nel 1979 – anno che doveva registrare la cifra record di 659 attentati – Padova divenne teatro di frizione tra poteri dello Stato e gruppi politicizzati che quello stesso Stato intendevano sovvertire. Cosicché, in preparazione a due importanti tornate elettorali, l’Esercito fu schierato a supporto delle forze dell’ordine. Il 1° battaglione lagunari “Serenissima” ricevette il compito di provvedere alla sorveglianza e sicurezza di un certo numero di obiettivi sensibili, in città e in località limitrofe. In pratica, un’operazione di contro-terrorismo a fianco di Polizia e Carabinieri.
Assieme al 1° battaglione, il Comando Truppe Anfibie mise in allerta anche gli operatori del NOS. Fu così che, un giorno, il Comandante del battaglione mezzi anfibi “Sile” ci convocò.
«Al poligono del Cavallino c’è una compagnia impegnata in lezioni di tiro. Prendete una cassa di munizioni dalla riservetta e andate ad allenarvi. Qualcuno di voi andrà a Padova con il primo battaglione.» −fu ciò che più o meno ci disse. Non serviva altro. Caricammo armi e munizioni su un gommone, prendemmo terra a fianco della compagnia e, su un lato delle loro linee di tiro, provammo armi e caricatori, sparando com’eravamo usi fare.

Al termine, ringraziammo il Direttore dei tiri, riprendemmo mare e rientrammo a Sant’Andrea. Quella che segue sarà una procedura diffusamente utilizzata con noi negli anni a venire−
«C’è questo da fare; tocca a voi.» Punto.
Qualche giorno dopo, Piero ed io ci recammo a Padova a disposizione del comandante del 1° battaglione. Per qualche settimana lavorammo in coppia, svolgendo attività di pronto impiego e controllo di aree circostanti obiettivi sensibili sorvegliati dai lagunari del “Serenissima”. Poiché, per attitudine personale, consideriamo ogni minaccia come reale (a maggior ragione in quella circostanza) per mantenerci in costante allenamento, noi due escogitammo un particolare espediente: al rumore di sparo di una pistola giocattolo, rotolavamo immediatamente dietro auto parcheggiate o altri ripari, pronti a rispondere al fuoco.

Il problema che una simile concentrazione mentale può presentare è il ritorno alla normalità. Quel particolare periodo si è rivelato istruttivo anche in questo. Per il “Serenissima” potevamo anche essere soldati, ma per il “Sile” rimanevamo operatori subacquei, utili quando serve agire con perizia in acqua. Per tale motivo, domenica 27 maggio fummo fatti rientrare a Venezia, per concorrere alla cornice di sicurezza in acqua che i lagunari erano chiamati a predisporre a favore delle centinaia di imbarcazioni partecipanti all’annuale edizione della Vogalonga. A qualcuno quasi sicuramente accennai al fatto che è difficile passare da uno stato mentale ad un altro: ieri ogni civile poteva essere un soggetto eversivo, oggi è uno sportivo che può avere bisogno di noi e domani torna ad essere uno che attenta alla sicurezza dello Stato.
«Abbiamo dentro di noi un interruttore che ci consente di cambiare ‘modalità’ a piacimento?»
Il ragionamento fatto quel giorno mi è servito molte volte per valutare le diverse situazioni e anche per spiegare ai lagunari quanto difficile possa essere il nostro lavoro. Nel corso di quell’operazione (che ancora non aveva un nome e nemmeno era menzionata nei Fogli Matricolari), da funzionari della Polizia di Stato, appresi anche la distinzione tra le diverse tipologie di criminali e le limitazioni che la Legge pone nel rispondere alle azioni di questi. Da allora, sono più che mai convinto che il soldato non sia assolutamente equipaggiato, né preparato, per intervenire nel mantenimento dell’ordine pubblico. Il suo compito, al servizio della comunità nazionale, è ben diverso. Ancora una volta, richiede il passaggio da uno stato mentale ad un altro. Da quello in cui il nemico va affrontato con forza e violenza all’altro dove invece la forza deve essere commisurata alla minaccia posta in quel preciso istante e la violenza addirittura bandita. Operazioni successive avrebbero confermato e rafforzato questa convinzione.
All’inizio di giugno, Piero ed io, ormai coppia fissa, ci iscrivemmo a un corso di paracadutismo presso l’Aeroclub di Venezia. Non avendo alcuna possibilità di frequentare il Corso di Ardimento, che, com’è risaputo, comprende anche lanci col paracadute, decidemmo che dovevamo aggiungere questa capacità, seppur personale, al nostro bagaglio professionale. Per me, si trattava di un tarlo impiantato quattro anni prima da Capo Trotta.

Un particolare giorno, mentre scendevo lento appeso al paracadute e osservavo la spiaggia del Lido, elaborai quello che definii il “Teorema dei 140 gradi”. Una teoria che costituisce un importante elemento di considerazione, in grado di influenzare modalità di addestramento e metodi di pianificazione delle missioni, fino ai giorni nostri.
Quello stesso mese di giugno, interrompemmo il programma di lanci per partecipare al TEVERE EXPO, un evento cui prendeva attivamente parte anche lo Stato Maggiore dell’Esercito e che ci portò a scorrazzare lungo il Fiume Tevere, nel pieno centro di Roma. Nostro compito era fornire assistenza ed eventuale soccorso a una coppia di LVT-P7 incaricati di navigare da Isola Tiberina a Castel Sant’Angelo, di fronte al quale doveva atterrare anche un team della brigata “Folgore”. Nel caso uno dei paracadutisti fosse finito in acqua dovevamo essere pronti a recuperarlo. Di per sé, questo evento non sarebbe degno di nota. Vero! Se non fosse per alcuni particolari che chi ha servito nel plotone ben conosce: (1) le difficoltà di trasferimento da Sant’Andrea; (2) la cronica mancanza di istruzioni dettagliate; (3) la necessità di portare al seguito mezzi, attrezzature e materiali sconosciuti al resto dell’Esercito. Se consideriamo questi elementi, la chiave di lettura, presente e futura, è ben diversa. Giusto per fare un esempio, in un’altra edizione del Tevere Expo dovemmo dormire sotto il ponte di Isola Tiberina poiché, nella complessa pianificazione dell’intera attività, era sfuggito il dettaglio che gli LVT dovevano essere mossi dalla Cecchignola al centro della città una sola volta e non potevano rimanere ‘parcheggiati’ in riva al fiume, per giorni, senza vigilanza. E chi è in grado di vivere, soli e in condizioni spartane, sotto un ponte pur trovandosi nel centro di Roma? Oltre i barboni… noi. In un’altra occasione, al termine dell’Expo, invece di rientrare a Sant’Andrea, ci recammo direttamente ad Auronzo di Cadore dove, sul lago che costeggia questa località delle Dolomiti, si svolgeva una competizione di canoe e kayak. Poche volte ci siamo chiesti il perché, e mai per lungo tempo. Ogni evento era una sfida che accettavamo e portavamo a termine, in qualsiasi modo ritenessimo più opportuno.
Poco tempo dopo il rientro da Roma, ebbi l’opportunità di partecipare ad attività che, per tre anni consecutivi, mi permisero di perfezionare le tecniche d’infiltrazione ed esfiltrazione dal mare. Inserito nel programma di esercitazioni svolte dal 9° battaglione d’assalto paracadutisti “Col Moschin”, denominate “Cooperazione con la Marina”, utilizzai battelli pneumatici e kayak, rilasciati, a circa venti miglia nautiche di distanza dalla costa, da Motocannoniere classe Lampo e Freccia (appartenenti alla III Divisione Navale, con base a Brindisi), per raggiungere determinati punti sulla costa stessa. La parte più difficile era ritornare esattamente su quelle piccole unità navali, che attendevano al largo per recuperarci, prima del sorgere del sole. In quelle occasioni comprovai che il gommone è davvero il mezzo natante ideale per essere rilasciato facilmente da unità navali al largo e avvicinare discretamente una costa. Purché del modello adatto, ovviamente.

Infine, nel mese di novembre le Truppe Anfibie parteciparono a un’esercitazione anfibia “combinata” assieme all’US Marines Corps. Non so esattamente come fu organizzato l’imbarco degli LVT-P7 del “Sile” né della compagnia del “Serenissima” che doveva sbarcare con i Marines. Posso dirvi ciò che accadde a noi del NOS. Le istruzioni furono: recarsi a Ravenna; prendere mare; navigare verso una determinata area al largo; salire a bordo di una nave della Marina USA che attendeva il nostro arrivo. Detto-fatto, Roberto ed io, caricammo gommone, motore fuoribordo, mute “Gamma”, ARO e tutto il resto su un ACM-52 e muovemmo alla volta di Ravenna. Con noi c’erano anche il Tenente Portinari ed alcuni dei suoi lagunari che, in quel periodo, formavamo un’unità sperimentale di pionieri, anch’essi dotati di gommoni. Sicuramente il tenente aveva con sé gli immancabili documenti che dovrebbero seguire ogni militare che lascia la caserma.
«Perché il condizionale?» mi chiederete. Perché con il Comando su un’isola e il battaglione su un’altra non sempre era possibile far partire uomini e documenti allo stesso tempo e con gli stessi mezzi. L’importante è assolvere il compito. Riuscite ad immaginare qualcosa che superi questo per importanza?
Da Ravenna, facendo rotta verso il mare aperto, raggiungemmo la USS Hermitage (LSD-34) che ci prese a bordo. Noi due subacquei fummo immediatamente presi in forza dai Navy SEAL del 4th platoon/UDT-21 e perdemmo ogni contatto con il resto del drappello. Il ciclo di esercitazioni ci portò a svolgere due attività di ricognizione di spiaggia (nelle aree di Foce Reno e Cavallino), inseriti in squadre SEAL/UDT, con rilascio in mare, rispettivamente, da imbarcazioni tipo LCP(L) ed elicotteri. Cooperammo anche alla stesura della “Carta di Spiaggia”, un documento distribuito a tutti i comandanti delle unità incaricate di condurre lo sbarco affinché sappiano cosa li attende, prima e oltre la battigia. Anche se in pratica utilizzammo tecniche di nuoto in superficie, i colleghi dell’US Navy si rivelarono molto interessati ai nostri ARO. Per loro l’ossigeno era considerato troppo pericoloso e, oltretutto, eventualmente utilizzabile fino a una profondità massima di otto metri. Con il nostro inglese, a dir poco scolastico, per capire e farci capire, almeno dal punto di vista operativo, ci aiutò il fatto di aver letto pubblicazioni militari americane (tra cui proprio l’UDT Handbook – fortunata coincidenza). La lezione più importante, dal mio punto di vista, fu che in futuro ci saremmo ancora dovuti confrontare con eserciti stranieri e, di conseguenza, dovevamo studiare seriamente la lingua inglese. Per la stessa ragione, bisognava continuare a leggere tutto ciò che era possibile sui reparti aventi affinità con noi.

Come ho detto all’inizio, un anno particolare. Scandito da diverse attività, alcune delle quali in successione tra loro senza soluzione di continuità, che ci costrinsero a variare equipaggiamento, procedure e forma mentis per adattarsi alle esigenze che ognuna di queste richiedeva.
Un modo di vivere e operare che sarà una caratteristica costante del futuro plotone esploratori. La peculiarità che farà di questo un’unità militare estremamente flessibile e versatile. Pronta ad essere impiegata, con scarso preavviso, ovunque i lagunari fossero chiamati ad intervenire.

