Per capire gli esploratori anfibi, oltre al collegamento con le unità da cui hanno ereditato i compiti operativi, bisogna descrivere dove sono nati e cresciuti.

Nel sito web dell’Associazione Lagunari Truppe Anfibie (A.L.T.A.), delle 37 fotografie di proprietà del lagunare esploratore Mario Quaglio (3°/C/69), 28 mostrano gli esploratori/incursori pre-1975 operare con VTC M-113.

Per gli esploratori anfibi post-1981 sarà completamente diverso. Questo perché la collocazione geografica di un’unità militare, spesso, ne determina – e in alcuni casi accentua – le caratteristiche.

Il plotone esploratori anfibi non avrebbe raggiunto certi livelli di preparazione se non fosse stato collocato su una piccola isola, cioè un luogo che non si può raggiungere né in macchina né a piedi. Serve un’imbarcazione o… un elicottero. Un luogo dove si è costretti a guardare l’acqua in ogni momento, il che, per un soldato anfibio, è come per un alpino che viva in montagna: niente immaginazione, realtà pura e semplice.

La base militare, che occupa la parte orientale dell’Isola delle Vignole – situata ad est della città di Venezia – si sviluppa attorno al canale artificiale che fungeva da idroscalo per la Stazione idrovolanti della Regia Marina Militare e, in seguito, della Regia Aeronautica.

Nel 1945/46, Sant’Andrea fu la sede della Allied Navies Experimental Station (ANES), gestista dalla Royal Navy britannica interessata ai mezzi subacquei d’assalto italiani.

Fin dai tempi del Settore Forze Lagunari è semplicemente… Sant’Andrea, poiché alla sua estremità sud-orientale è posto l’omonimo Forte del XVI secolo, progettato dall’architetto veronese Michele Sanmicheli. Quasi dimenticavo, per alcuni è… l’Isola dei Pirati.
In realtà, dal momento che siamo un reparto regolare – secondo Gabriele “Tabuda” Sandron – la definizione corretta avrebbe dovuto essere ‘Corsari’. Sareste stupiti se vi dicessi che nel mio zaino c’è sempre un piccolo Jolly Roger?
Se mai il Generale Segala avrà la ventura di leggere questo pezzo, nell’apprendere che, contrariamente a quanto da lui dichiarato, sui nostri pennoni ha sventolato anche un’altra bandiera (sebbene assolutamente non politica) spero vorrà scusarci.

Anche se per l’Esercito è la Caserma “Miraglia” (intitolata al tenente di vascello pilota MAVM Giuseppe Miraglia, caduto nel 1915) sembra più una nave alla fonda che una normale caserma. Osservate una carta di Venezia o, meglio ancora, una foto aerea della laguna, e diteci se non abbiamo ragione.

Abbastanza scomodo viverci (chi non vi ha prestato servizio per periodi prolungati non può capire e dovrà fidarsi della mia parola… o parlare con me), permette però di operare nel tipico ambiente lagunare e svolgere attività di addestramento e mantenimento delle capacità anfibie quasi senza dover uscire dall’installazione. Per i subacquei la forma della Base ha qualcosa di familiare.
La struttura della base militare – a forma di Pi greca (Π) stretta – si sviluppa attorno al canale artificiale dell’ex-idroscalo (comunemente indicato come canaletta). Lunga circa ottocento metri, larga settanta e profonda sei, la canaletta permette l’ormeggio e l’utilizzo di ogni tipo d’imbarcazione e mezzo anfibio dell’Esercito, esercizi di voga, nuoto in superficie, river crossing e, vitale per gli esploratori qualificati subacquei, di svolgere immersioni con autorespiratori. Il tutto, per così dire, ‘interno caserma’ e in totale sicurezza, fisica e operativa.
«Solo sei metri?» si sente spesso chiedere, con un certo stupore, da chi ha frequentato corsi sub per diletto o lavoro.
«Noi non siamo sommozzatori, ma subacquei d’assalto(1) e non misuriamo le attività in immersione sulla profondità, bensì sulla distanza e l’occultezza.» è la risposta che si ottiene.

L’estremità nord della canaletta è chiusa da una costruzione idonea all’ormeggio protetto di motoscafi, barchini e gommoni (detta cavana) sormontata da una terrazza con torretta centrale da cui era possibile effettuare tuffi, armati ed equipaggiati, da altezze variabili dai quattro ai dieci metri, discese in corda doppia per atterrare nei gommoni in attesa o entrare nel fabbricato attraverso le finestre della facciata. L’intera struttura era anche un ottimo ausilio didattico per simulare obiettivi fondati in acqua, fissandovi simulacri di cariche ai pilastri sommersi, o scalandola provenendo dall’acqua stessa.

Qualche decina di metri più a nord, sul retro dell’ex-Palazzina Comando – su cui è posta una storica meridiana con dedica all’Aviatore – si trova uno spiazzo erboso idoneo ad ospitare elicotteri, da ricognizione o multiruolo.

Scendendo verso sud, lungo il lato sinistro della canaletta, superata la parte abitata della Base, ha inizio una zona costituita da spiazzi e aree alberate. Uno di questi spiazzi era una zona di atterraggio per elicotteri del tipo CH-47 Chinook. Esattamente da lì, nel 1994, decollammo con uno di questi velivoli – appartenente alla SETAF – per effettuare un lancio in mare con paracadute. Un’opportunità offertaci dall’allora Gen. C.A. Ghino Andreani, Comandante del 5° Corpo d’Armata, che ci voleva ‘gemellare’ al Reparto da Ricognizione a Lungo Raggio (ex BAO/13° GRACO).
Proseguendo, troviamo gruppi di alberi e cespugli di sottobosco, utili per provare tecniche di pattuglia e di team, così come bivacchi occulti. Verso la fine si incontrano alcune palazzine basse, gli edifici di Punta Marina; così chiamata perché, in passato, utilizzata dagli equipaggi di Motocannoniere temporaneamente distaccate a Venezia per attività in Alto Adriatico. Quelle piccole costruzioni, ora in completo disfacimento, ben si prestavano per il combattimento in centri abitati, colpi di mano, recupero di personale a rischio (NEO e NAR) e, ovviamente, ricognizioni ravvicinate (CTR).

La zona alberata di Punta Marina vide, a più riprese, la costruzione di ogni tipo di ponte di corda, passaggi aerei, torri d’ardimento e altro ancora, utili per l’addestramento al superamento di ostacoli in campo tattico. I limiti della fantasia sono sempre stati piuttosto ampi.

All’estremità sud dell’isola, da questo lato, è situato lo storico Forte di Sant’Andrea, con un piccolo canale di divisione, ponti in legno, muri di varie altezze, cunicoli, stanze, ecc., che costituivano anch’essi ottimi ausili addestrativi.

Proprio nel fango di questo canale interno, alla fine degli anni ’70, ritrovammo una targa metallica riportante la scritta MARIMILESLAG. Si trattava, molto probabilmente, della denominazione telegrafica del Settore Forze Lagunari – come noto, costituito da marinai e soldati dal 1951 al 1957 – che nel Forte schierava il Gruppo Mezzi Navali. Per rispondere alla domanda che qualche lettore si sta ponendo, affermo: «No! Non abbiamo mai arrecato alcun danno alle storiche strutture.» Il nostro modo di operare, che obbliga a non lasciare tracce del proprio passaggio, è tale che nessuna alterazione viene apportata all’ambiente utilizzato.

Dalla parte opposta, lungo il lato ovest della canaletta, troviamo un’area allora inutilizzata, coperta da vegetazione molto fitta. Conosciuta come Punta Nautici – poiché posta nel lato della Base in cui si ormeggiavano unità navali e mezzi da sbarco – comprende la Palazzina 25 (ottima per provare azioni in edifici a due piani, fino a quando non fu ristrutturata) e alcuni bunker in cemento armato, convenientemente nascosti tra la vegetazione. Da Punta Nautici si può accedere al Canale delle Vignole che divide in due l’omonima isola.

In una normale caserma, girare attorno al perimetro esterno può sembrare cosa banale, quasi ridicola. Al contrario, a Sant’Andrea significa negoziare bassi fondali, più fangosi che sabbiosi, e nuotare lungo un profondo canale – particolarmente faticoso nel senso contrario alla marea. Esercizi piuttosto impegnativi ma che rispecchiano l’ambiente delle lagune in cui si è chiamati a operare.

Aree addestrative vicine

Oltre a quanto finora descritto, cioè le già notevoli possibilità offerte dalla Base al proprio interno, nelle vicinanze individuammo altre aree particolarmente idonee alla preparazione dei lagunari in generale e degli esploratori in particolare.

Separata da un canale troviamo l’Isola della Certosa – allora completamente disabitata e utilizzata dalla compagnia addestramento reclute delle Truppe Anfibie (di stanza presso la Caserma “Guglielmo Pepe”, Lido di Venezia) come poligono occasionale per il lancio di bombe a mano e tiro con armi individuali con munizionamento ridotto. Altro luogo in grado di offrire alquante possibilità.

Sarebbe troppo lungo elencare in che modo abbiamo utilizzato secche e aree fangose che la circondano, muri perimetrali, edifici di ogni forma e grandezza, la ciminiera e la torre dell’acqua, muovendoci attraverso un intricato intreccio di sentieri ricavati tra la fitta vegetazione ed enormi cespugli di rovi, di giorno e, soprattutto, di notte. Un vero e proprio paradiso addestrativo, frequentato solo da grossi ratti (pantegane, come si dice in dialetto veneziano). In piccoli nuclei o in coppia, si potevano condurre ricognizioni ravvicinate, attacchi, sabotaggi e simulare situazioni di sopravvivenza operativa. La vegetazione era così intricata e difficile da negoziare che si poteva rimanere nascosti per giorni senza essere individuati.

Sul sito web dell’A.L.T.A. (in Multimedia–Filmati) si trova un video dal titolo “Addestramento dei lagunari pionieri alla Certosa nel 1960” che mostra come chi ci ha preceduto utilizzasse questa località.

Di seguito è descritta una tipica attività svolta che, da sola, esprime l’utilità di quest’isola:
(1) col favore del buio, salto dalla torretta della cavana, completi di armamento ed equipaggiamento; (2) nuoto in formazione (nel più assoluto silenzio) fino a raggiungere la Certosa; (3) presa di terra; (4) assunzione del dispositivo di sicurezza; (5) primo cambio tenuta; (6) movimento verso l’interno; (7) esecuzione dell’esercizio previsto quella notte; (8) movimento di rientro verso il canale; (9) assunzione del dispositivo di sicurezza; (10) secondo cambio tenuta; (11) presa di mare; (12) nuoto in formazione; (13) rientro in Base; (14) debriefing; (15) doccia. Il tutto poteva essere svolto in maniera da essere pronti, alle 08.00, per la cerimonia dell’alzabandiera. Lo stesso esercizio era anche svolto dagli operatori subacquei, con la variante che l’approccio alla Certosa e la successiva ripresa di mare avveniva con l’uso di autorespiratori ad ossigeno a circuito chiuso.
«Niente male… vero?»

A est e nord-est di Sant’Andrea, troviamo le Isole di S. Erasmo e del Lazzaretto Nuovo. La prima offriva una spiaggetta sabbiosa, visibile dalle finestre della Palazzina Comando, utile per provare sbarchi d’assalto o prese di terra d’infiltrazione, senza necessità di uscire in mare aperto. Le caratteristiche della località non erano tali da renderla idonea al pieno utilizzo di veicoli cingolati tipo LVT; tuttavia per gommoni o mezzi da sbarco tipo MTP andava benissimo. La seconda, dal momento in cui fu dismessa come deposito di materiali militari fino a quando non venne ceduta a privati, è stata usata dai lagunari come area addestrativa per: attacchi dall’acqua (provenendo da qualsiasi direzione), con battelli e canoe o a nuoto; azioni tipo colpo di mano, anche complessi; attività di pattuglia o di sopravvivenza operativa. Inoltre, la conformazione del terreno consentiva l’atterraggio di elicotteri, impiegati per assalto dall’aria o estrazione di nuclei infiltrati in ambiente lagunare.
In diverse occasioni, l’isola è stata teatro di esercitazioni dimostrative a favore di Capi di Stato Maggiore stranieri, o altre personalità di rango elevato, in visita a Venezia.

Partendo da Sant’Andrea e uscendo in mare, attraverso il Porto del Lido, troviamo due aree particolarmente idonee ad esercitazioni di conquista anfibia: i Litorali del Cavallino e del Lido.
Il primo, cioè il tratto di mare che va dalla Diga di Punta Sabbioni (Pagoda) all’ex Distaccamento di Cà Vio, è quello che ha maggiormente visto i lagunari sbarcare in tutti i modi possibili, nelle varie condizioni atmosferiche, con unità fino a livello Complesso.
La boschina di Punta Sabbioni è stata largamente utilizzata dagli esploratori per addestramento all’inserzione/estrazione con elicotteri (rischierati per l’esigenza a Sant’Andrea). Nonostante che, in seguito a particolari norme per la salvaguardia di flora e fauna, le esercitazioni militari siano state di fatto azzerate lungo quelle spiagge, di tanto in tanto uno o due AAV-7 potevano ancora essere fatti ‘atterrare’ in quell’area, alle prime luci dell’alba, pur senza posare i cingoli oltre la battigia. Le compagnie anfibie sono state ampiamente penalizzate da queste limitazioni. In quanto a noi, ci saranno sempre aree che si prestano a prese di terra occulte, penetrazione nell’entroterra, riprese di mare, e così via, nell’ambito di missioni tipiche delle unità da ricognizione o forme particolari di lotta, tipo infiltrazione di agenti o recupero clandestino di personale a rischio.

Il Litorale del Lido, in particolare il tratto di spiaggia a ridosso della diga di S. Nicolò – pur se di scarsa profondità – fu diverse volte teatro di esercitazioni d’assalto anfibio, condotte impiegando tutte le pedine del reggimento, in occasione di esercitazioni tattiche o dimostrative. Gli esploratori anfibi – dovendo operare con modalità tendenzialmente ‘discrete’ – hanno abbondantemente sfruttato quest’area che offriva molte opportunità d’azione. Di giorno, unità composte al massimo di tre o quattro gommoni passano praticamente inosservate, specialmente in inverno o con cattivo tempo. La notte poi è la nostra migliore alleata. In pratica, possiamo muovere ovunque. In quello che ormai può essere definito il secolo scorso, abbiamo usato i vecchi bunker a difesa della spiaggia per attività di ricognizione anfibia; gli edifici delle ex-Officine Aeronavali e l’area dell’aeroporto “Nicelli” per avvicinamento e sorveglianza di obiettivi; una piccola zona boschiva posta in località Alberoni (all’estremità opposta dell’Isola del Lido) con medesime modalità, salvo poi dover ripercorrere i dodici chilometri di lunghezza del Lido – camminando per più della metà del percorso sulla sabbia – per essere recuperati a S. Nicolò e rientrare in Base.
Quasi dimenticavo: a metà circa della lunghezza del Lido, c’è il Convento della “Novembre Due”:
«Suore, balestra, polacco, aeroporto… a qualcuno suona familiare?»

Non c’è un solo angolo dalla Laguna di Venezia che non abbiamo utilizzato.

Le località fin qui descritte si trovano a pochi minuti di navigazione da Sant’Andrea, cosicché hanno rappresentato importanti elementi per i programmi addestrativi di routine, anche alla luce del fatto che l’eventuale assistenza sanitaria era assicurata dagli ufficiali medici presenti a Sant’Andrea e alla Caserma “Pepe”.

Sant’Andrea non è più l’idroscalo che vedeva soldati di mare utilizzare il cielo per compiere ardite missioni di guerra; oggi è una base moderna in cui soldati addestrati ad operare nei diversi ambienti terrestri apprendono come sfruttare il mare a loro vantaggio, anche arrivando dal cielo.

Noi, esploratori anfibi in congedo, non abbiamo nessuna possibilità di influenzare le decisioni della Forza Armata, né di opporsi alle pressioni del mondo turistico-imprenditoriale.
Possiamo solo sperare che i lagunari possano contare, ancora per lungo tempo, sulle opportunità che questa struttura, unica nel suo genere, offre alla specialità anfibia dell’Esercito Italiano.

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