Nel 1981, quando la squadra Idrografica o, per meglio dire, quel ristretto numero di pionieri che costituivano il nucleo operatori subacquei, si trasformò in plotone esploratori anfibi, decidemmo che il personale effettivo a questa nuova unità da ricognizione e combattimento particolare avrebbe indossato il fazzoletto nero anziché quello rosso e oro della specialità. 

Nessuno, in ambito battaglione ‘Sile’ o comando truppe anfibie si stupì più di tanto. Coloro che avevano un certo numero di anni di servizio ricordavano essere portato dai reparti incursori in organico ai tre battaglioni anfibi fino alla ristrutturazione dell’Esercito avvenuta nel 1975, che portò alla cancellazione dagli organici della fanteria di esploratori e pionieri. 

Personalmente, ho visto i lagunari incursori in occasione della Festa di Reggimento, svoltasi al Lido di Venezia nell’ottobre 1973, così come nella primavera seguente, in occasione dell’esercitazione ‘Dark Image 74’ nella Brussa di Caorle.

In seguito, ho incontrato diversi ufficiali che, avendo servito nei reparti incursori nel grado di tenente, affermavano: «Ho indossato anch’io quel fazzoletto nero.»

Nonostante ciò, in nessun libro che racconta la storia dei lagunari si trova traccia di questo, quasi non fosse mai esistito. Eppure, come riportano i lagunari Francesco De Capoa, Felice Santeramo e Dino Doveri nel sito web della Sezione A.L.T.A. di Bergamo (sito ufficiale dell’associazione) era in uso già dagli anni ’60 del secolo scorso.

Nell’Esercito, la funzione del fazzoletto, fino a quando fu mantenuto in uso, era quello ‘anti-polvere’ giacché i soldati che viaggiavano su camion scoperti lo usavano proprio per proteggersi naso e bocca da polvere, sabbia e gas di scarico. Realizzati con diversi tipi di tessuto e nei colori tipici delle armi e specialità della forza armata, i fazzoletti erano parte dell’uniforme da combattimento. Inoltre, fatto non trascurabile, serviva a nascondere i capi di vestiario o biancheria personale indossati sotto la giubba che, ai tempi della ferma obbligatoria, non sempre potevano essere uguali.

Ciò che noi adottammo per gli esploratori anfibi fu un semplice triangolo di tela nera, opaca, senza nessun logo o scritta. In questo modo, oltre che proteggere le vie respiratorie, poteva essere utilizzato con funzioni di mascheramento per viso o testa, così come assolvere altre funzioni, senza tema che né colori sgargianti né lucentezza del tessuto potessero compromettere la visibilità dell’esploratore.

«Perché il colore nero? In base a cosa, alla costituzione della specialità lagunari, fu deciso di adottarlo per un’unità che, pur non figurando negli organici in quanto tale, era dottrinalmente impiegata per assolvere compiti che nessun altro reparto di fanteria aveva?» erano domande che ogni tanto mi ponevo, senza però trovare mai risposte.

Un giorno, nel 1986, in occasione della sfilata del 2 giugno a Roma, il padre di un nostro ufficiale, cui eravamo ospiti a casa, intervenendo sull’argomento esclamò: 

«Nero anziché rosso? Come per le mostrine del III gruppo esplorante rispetto alle altre componenti della divisione di fanteria di Marina “San Marco” nel 1944-45.» 

Allora non diedi peso a quelle parole. Solo trent’anni dopo, cercando qualche dettaglio che servisse a chiarire alcune idee che covavo da tempo, ho scoperto che il terzo gruppo esplorante era in prevalenza costituito da Arditi, le cui mostrine pentagonali anziché rosse con il Leone di San Marco, come il resto della divisione, erano nere. Così come nere erano le fiamme di altri Arditi: quelli della Terza Armata che, nel 1918, erano acquartierate a Malcontenta e si addestravano negli stessi luoghi degli attuali lagunari. 

«Possibile che, all’atto di costituire i lagunari, al termine della seconda guerra mondiale, qualche ufficiale si sia riferito proprio a questo?» è una domanda che mi sono posto.

Non ho prove concrete, solo indizi, che però trovano conferma nell’analizzare ciò che sono gli esploratori anfibi oggi. La parola ‘arditi’ con valore di aggettivo la troviamo in un’intervista rilasciata del Tenente Colonnello Ravenna e pubblicata su una rivista di cui, sfortunatamente, è rimasto solo l’articolo dal titolo  Fanti sì ma solo “da mar” a nome Antonio De Marchi.

Quanto asserito dal comandante del “Sile” differisce dalla realtà solo per il fatto che il personale in servizio permanente, per buona parte del periodo in cui il plotone fu alimentato con lagunari di leva, era composto di poche unità. Nonostante ciò, gli esploratori erano sì in grado di operare in acqua e a terra, utilizzando imbarcazioni ed elicotteri, per svolgere quelle missioni che sono a preludio delle operazioni condotte dal battaglione lagunari, in ogni tipo di terreno. Proprio il fatto di essere scelti per compiti particolari era evidenziato da questo semplice fazzoletto nero. Chi non ha guidato reparti simili non può apprezzare appieno cosa significhi consegnarlo al termine del corso di specializzazione. Chiamati a svolgere servizio militare obbligatorio, gli aspiranti esploratori erano sottoposti ad un intenso ciclo addestrativo, inteso a selezionare chi aveva le caratteristiche per svolgere missioni in contesti operativi particolari. Colui che non se la sentiva, o anelava a passare i rimanenti mesi di servizio in modo più tranquillo, doveva solo dirlo. Ricordo lo sguardo fiero dei nostri ragazzi quando ricevevano il fazzoletto nero al termine del corso. Da quel momento, più che in un reparto, entravano in una confraternita di lagunari. Soldati disposti ad operare isolati, con pochi mezzi a disposizione e quasi nessun supporto; consci che le missioni dell’esploratore sono caratterizzate dall’incertezza. Non sappiamo cosa ci aspetta oltre l’orizzonte che dobbiamo superare e non siamo nemmeno sicuri che il grosso delle forze ci raggiungerà in tempo.

«E se non venisse affatto?» è una domanda che siamo obbligati a porci quando pianifichiamo una missione.

 

Avendo vissuto con e per gli esploratori la quasi totalità della mia vita adulta, ho potuto costatare che il fazzoletto nero è stato avversato da più di qualcuno. Rammento perfettamente gli occhi lucidi di uno dei nostri ragazzi, in servizio di guardia sull’isola, per essere stato obbligato a toglierlo. Così come non potrò perdonare colui che ci proibì di indossarlo al funerale di Francesco ‘Doge’ Finzi; quello stesso fazzoletto che egli portò con sé nella bara.



Strano oggetto il fazzoletto nero: c’è chi lo teme e chi invece lo vorrebbe… senza guadagnarlo. Mi dicono che qualcuno è tentato di indossarlo per entrare in un ambito che non gli appartiene. Se lo incontrate, chiedetegli quando ha servito nel plotone e con chi.

Oggi, l’Esercito non porta più fazzoletti da collo. Nonostante ciò, nel 2018, quando il Colonnello Massimiliano Stecca e il Primo Luogotenente Fabio Piotto   ̶ rispettivamente, comandante e sottufficiale di corpo del reggimento lagunari “Serenissima” ̶ mi concessero l’onore di consegnare il diploma di brevetto ai lagunari promossi al termine del 12° Corso Esploratori Anfibi, assieme all’attestato diedi loro un fazzoletto nero.

Quella mattina, agli otto nuovi esploratori anfibi, che avevo avuto il privilegio di seguire durante alcuni momenti dell’impegnativo corso, consegnai qualcosa che voleva rappresentare il legame tra le generazioni, vecchie e nuove, che hanno reso il plotone ciò che è.

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