Sulle uniformi dei soldati è possibile notare apposti simboli che indicano specializzazioni o abilitazioni, acquisite al termine di specifici iter addestrativi. Nella Specialità Lagunari, fino alla ristrutturazione dell’Esercito avvenuta nel 1975, sul battle dress di derivazione britannica, esploratori e pionieri, organici ai tre battaglioni anfibi, portavano distintivi che ne identificavano l’incarico. Nel momento in cui queste due specializzazioni erano unite così da formare i reparti incursori come indicato nella pubblicazione N. 5891 (782 della serie dottrinale) del 1968 i lagunari sostituivano i rispettivi distintivi con uno che non si trova in alcun documento, ufficiale e non, della forza armata rappresentante un polipo con i tentacoli distesi.

Quando indossavano la tuta da combattimento questi lagunari ‘incursori’ si distinguevano dagli altri per un diverso copricapo e, soprattutto, per il fazzoletto nero anziché quello rosso e oro della specialità.

Dopo la ristrutturazione del 1975, come raccontato in precedenza, nella squadra Idrografica – l’unità organica che precedette il plotone esploratori – con il “Polipo e Pugnale” intendemmo identificare gli operatori subacquei e i pionieri (questi ultimi, unici rimasti in una unità di fanteria) incaricati di svolgere alcune delle azioni di ricognizione e combattimento utili a favorire le operazioni anfibie ereditate dagli incursori. Ancora una volta, due diversi incarichi erano fusi a formare una ‘filosofia d’impiego’ più che un’unità propriamente detta.

Come ho già avuto modo di spiegarvi, all’attivazione del plotone Esploratori Anfibi ripristinammo il fazzoletto nero come segno caratteristico degli appartenenti al plotone.

L’anno successivo, su proposta degli esploratori stessi, fu deciso di adottare anche un distintivo da apporre sulle uniformi. Fu così che, nell’aula del bungalow di plotone, ciascuno disegnò quello che, secondo lui, poteva rappresentare l’incarico. Sfortunatamente quelle bozze sono andate perse; ognuna di esse conteneva qualcosa di quei ragazzi che –a dispetto di qualcuno che li voleva strappati alle famiglie– si sentivano invece parte integrante di quel sistema che garantiva sicurezza a quelle stesse famiglie. C’era di tutto in quei disegni: squali, tigri, pugnali e, ovviamente, teschi. Eh già, gli esploratori anfibi sono anche un po’ pirati (o, per meglio dire, corsari). Alla fine, mettendo insieme questo e quello, si arrivò al distintivo che è servito da base per giungere a quello che oggi è sulle uniformi da combattimento dei nostri Recon.

Questa è la descrizione del simbolo originale, disegnato nel 1982, con il significato che cercammo di dare a ciascuno degli elementi che lo compongono.

Forma

Quella che in araldica si definisce come scudo Francese antico

Ancora

Ripresa dal fregio dei Lagunari, rappresenta la determinazione ad assolvere i compiti assegnati, in ogni ambiente caratterizzato dalla presenza di acqua, ancorata a solidi principi

Fucile

La figura stilizzata del F.A.L. BM-59 TA identifica l’appartenenza all’Arma di Fanteria per l’assolvimento di incarichi particolari

Cima dell'Ancora

Esprime il legame che unisce gli appartenenti all’unità e raffigura l’utilizzo di tecniche particolari per superare ostacoli incontrati nell’ambiente operativo

Pugnale sguainato

Simbolo dei reparti d’assalto, simbolizza la lotta silenziosa e insidiosa portata a contatto dell’avversario, così come la predisposizione, intellettuale e materiale, dell’unità nel condurre azioni non ortodosse

Ali bianche

Indicano la capacità di sfruttare la terza dimensione per infiltrazione e recupero (1), così come le ali del Leone di San Marco che permettono di coprire enormi distanze, geografiche e spirituali; il colore bianco ricorda la seta del paracadute (2)

Rosa dei venti

Universale simbolo degli esploratori, raffigura l’abilità di muoversi in ogni ambiente, dove l’unica certezza è l’ago della bussola e, idealmente, la capacità di mantenere la giusta direzione per raggiungere gli obiettivi prefissati

Sfondo

Il colore nero riprende quello del fazzoletto che, dall’inizio della storia dei Lagunari, identifica gli incursori/esploratori simboleggiando l’ardimento e l’occultezza delle loro missioni, svolte per lo più di notte

(1) L’elicottero, sin dai tempi della squadra Idrografica, è il vettore principale per inserzioni ed estrazioni dalle aree operative.
(2) A quel tempo, nel plotone, solo gli Ufficiali e Sottufficiali erano abilitati al lancio con il paracadute; tuttavia, già albergava in noi il sogno
che un giorno tutti gli esploratori potessero utilizzare questo particolare metodo di inserzione.

Dal momento in cui fu adottato, al termine del corso di specializzazione al lagunare promosso assieme al fazzoletto nero era consegnato il distintivo, da cucire sulla manica destra dell’uniforme da combattimento, a quei tempi vuota poiché il MAO era portato a sinistra. Questo nostro distintivo, anche se non figura nel Catalogo della Forza Armata, lo si trova in numerose foto di attività svolte dal plotone nel corso degli anni. Il mondo esterno ha appreso della sua esistenza grazie ad immagini pubblicate su riviste specializzate.

Poiché è stato sempre commissionato in proprio dal plotone, le varie ditte produttrici incaricate di realizzarlo di volta in volta, oltre ad utilizzare diversi tipi di supporto (plastica o tessuto), hanno anche invertito, in senso speculare, la posizione di fucile e pugnale; ecco perché se ne possono trovare esemplari diversi.

Agli inizi degli anni 2000, con il passaggio da servizio militare obbligatorio a volontario, il distintivo ha subito alcune variazioni:

  • forma rettangolare

  • il fucile rappresentato raffigura idealmente un Beretta SC 70/90

  • il pugnale ha la punta rivolta in alto

  • le parole esploratore anfibio sono riportate entrambe sotto il disegno.

Oggi, poiché il brevetto di esploratore anfibio è solo il primo passo di un iter della durata di circa due anni che attraverso le qualifiche di Nuotatore Paracadutista e Subacqueo Demolitore di Ostacoli porta quegli stessi esploratori ad acquisire la funzione di Recon, il distintivo finale riporta, appunto, la parola RECON.

Per chi fosse un po’ disorientato, ribadisco: Esploratore (107) è un incarico… Recon una filosofia d’impiego.

Il plotone ha anche una propria bandiera; non ufficiale, né riconosciuta dall’Istituzione, nondimeno… sua. Realizzata da un esploratore nel 1984, al centro della tela nera porta impressi, dipinti a mano da egli stesso, il disegno iniziale descritto e un motto trovato dal nostro Tenente al rientro da un viaggio in Toscana: Insisti Resisti Raggiungi Conquisti. Sul bordo interno sono cuciti alcuni dei brevetti acquisiti da uno o più esploratori che, nei primi anni di vita del plotone, l’hanno portata con loro.

Nel corso degli anni, questa bandiera è saltata con noi dagli aerei e ci ha accompagnato nelle immersioni; è scesa sugli sci da montagne innevate; è stata sferzata dal vento del deserto e intrisa dall’umidità della giungla.

Come dimostrano alcune delle immagini riportate, questa bandiera ha seguito gli esploratori anfibi/Recon in eventi di rilievo internazionale così come nelle attività e missioni fuori area più importanti. Il suo disegno è un po’ scolorito a causa dell’esposizione alle condizioni ambientali più diverse ma, ogni volta che è possibile, ci segue. Se fossi un romantico, potrei definirla la nostra anima.

Un’anima che vive in noi anche molto dopo aver lasciato il servizio nel plotone. Coloro che sono iscritti all’Associazione Lagunari Truppe Anfibie (A.L.T.A.), in occasione di eventi ufficiali, indossano questi nostri simboli con l’uniforme sociale adottata dall’associazione.

Naturalmente, gli esploratori si ritrovano tra di loro anche in altre occasioni, felici e non, accomunati da un cameratismo che supera i confini del tempo.

Mi piace pensare agli esploratori anfibi come ad una confraternita che unisce coloro che hanno prestato servizio nel plotone in passato con chi serve attualmente sotto le insegne del Leone di San Marco con maggiore competenza ma lo stesso orgoglio.

In questa maniera diamo continuità alla nostra unità particolare, composta da fratelli in armi. Nel nostro bungalow era affisso un passo tratto dal dramma storico ‘Enrico V’ di Shakespeare. Prendendo spunto da un’altra frase tratta dalla stessa opera letteraria, il nostro simbolo ricorda chi siamo:

«Noi pochi. Noi felici pochi, noi banda di fratelli.»

Quanto finora descritto è storia; patrimonio di coloro che hanno vissuto, nel corso degli anni, le vicissitudini del plotone e la porteranno fino alla fine dei loro giorni. Ed anche quando tutti noi avremo oltrepassato l’ultimo orizzonte rimarrà la testimonianza di foto e documenti aventi date molto più antiche di quelle di altri che, in tempi recenti, hanno messo gli occhi sul nostro emblema. Non è una certezza ma una sgradevole sensazione, come quando si osserva un cespuglio muoversi non in sintonia con la direzione del vento. Tempo fa, cercando non ricordo più cosa tra le immagini di Google, sono incappato in uno strano distintivo riportante una figura a metà tra il MAO dei lagunari e l’emblema degli esploratori anfibi. In alto, all’interno di un cartiglio, c’era la parola “al-bunduqiya” (Venezia in arabo). Quel giorno non ho investigato sul sito web cui si riferiva quell’immagine ed in seguito non l’ho più trovata. Qualcuno potrebbe essere tentato di utilizzare il nostro emblema per scopi commerciali, magari acquistandolo da chi crede di possederne i diritti. Entrambe queste figure che intendono fare mercato con la nostra anima ottengono solo di vendere le loro.

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