Ultimamente, ho frequentato un corso il cui tema era “Secourisme en milieu hostile (Soccorso in ambiente ostile)”, organizzato dal CV Giorgio Martini, un ufficiale della Marina Militare da lungo tempo legato ai Lagunari.
Otto ore filate di teoria e pratica per affrontare ferite sul campo di battaglia o in altre situazioni (tipo attentati terroristici o conflitti a fuoco) che vanno oltre i classici incidenti domestici o stradali.
Il tutto spiegato con riferimenti a situazioni reali vissute dall’istruttore nel ruolo di ‘combat medic’ nel 2° Reggimento Straniero Paracadutisti (2e REP) della Legione straniera francese.
Vi starete ora chiedendo perché vi racconto ciò che sembra un mero fatto personale. La spiegazione è semplice: più volte, nel corso della giornata, ho pensato «Gabriele, se tu fossi qui!»
Chi di voi ha conosciuto Sandron sa bene quanta ammirazione avesse per l’esercito francese. Qualcuno ricorderà anche che nel plotone ricopriva la posizione non ufficiale di medico.
Quando ho avuto il privilegio di essere al comando degli operatori subacquei, Gabriele era colui che curava l’aspetto sanitario della squadra e, di riflesso, dell’intero plotone. Chi si ricorda delle istruzioni su come applicare punti di sutura utilizzando petti di pollo?
Se un amaro destino non ce lo avesse tolto troppo presto, sarebbe sicuramente stato con me quel giorno a Cembra. Potete scommetterci qualsiasi cosa… credetemi.
Oltre a parlare francese, aveva studiato quegli argomenti per anni, molto prima che la forza armata decidesse che la figura del Soccorritore Militare fosse inserita a pieno titolo nelle unità operative; quindi avrebbe fatto un figurone con il sottufficiale della Legione e con i medici presenti.
Sono sicuro che capite il mio stato d’animo. Una situazione, una frase, un oggetto particolare, perfino qualcosa apparentemente insignificante, fanno tornare prepotentemente alla memoria coloro con cui abbiamo condiviso un cammino non sempre facile ma indissolubilmente nostro.
Cicerone diceva che la vita dei morti è nel ricordo dei vivi; in questo senso Gabriele vivrà fino a quando noi avremo voce e, perché no, anche attraverso queste semplici riflessioni consegnate alla rete.
Bonne chasse, Tabudà!
Alberto “Gufo” Mantovani

