Di tanto in tanto, qualcuno torna a proporre il ripristino del servizio militare obbligatorio, abbreviato e semplificato in servizio di leva

Le motivazioni addotte sono di diversa natura. Ho incontrato i nostalgici che hanno vissuto l’anno di servizio militare in posizioni di privilegio e ho appreso che le Associazioni d’Arma, per ragioni anagrafiche, vedono assottigliarsi inesorabilmente le proprie fila. 

Ho letto articoli di giornale in cui alcuni cittadini chiedono ai Direttori dei quotidiani come mai non si possano indirizzare ‘obbligatoriamente’ i giovani d’oggi verso funzioni di protezione civile; altri ancora vedono un simile periodo, stimato in sei mesi, come un momento formativo all’insegna dell’educazione e del rispetto.

Tutte aspirazioni accettabili e forse anche lodevoli, non fosse per il fatto che tralasciano di prendere in seria considerazione il primo aggettivo assegnato al vocabolo servizio: militare.

Ho notato anche che esistono entità che, pur facendo capo ad Associazioni d’Arma, non annoverano tra i loro iscritti soldati di leva semplici. Posso comprendere quelle in cui militano specialisti che, in virtù dei loro peculiari incarichi, hanno servito nei ruoli di ufficiali e sottufficiali, ma mi è difficile accettare quei militari che, pur avendo rivestito un grado da ufficiale o sottufficiale, appartenevano a unità, diciamo, ‘normali’. 

Sembra che la maggior parte di questi signori, che si riuniscono solo tra loro, consideri i soldati di truppa come delle comparse, utili solo a far guadagnare loro prestigio e privilegi; esseri senza volto né nome che gli sono passati accanto. Ragazzi che hanno servito il Paese anche solo aggiustando un motore, cucinando il pranzo, guidando il pulmino del ‘giro ammogliati’ o accatastando articoli di vario genere in magazzini. Quando mi accorgerò di aver sbagliato in questo impietoso giudizio, ve lo dirò. Nel frattempo, vi dimostro che questi ragazzi sono esistiti.

Io sono un dinosauro cresciuto ai tempi della Guerra Fredda e, in quanto tale, spesso mi viene consigliato di sedermi al bar e giocare interminabili partite a carte con altri anziani, sorseggiando un bicchiere di vino. Poiché non so assolutamente giocare a carte, e al vino preferisco la birra, vado avanti per la mia strada.

Una strada, iniziata nel 1973, che mi ha portato, al termine di un corso per allievi comandanti di squadra, a essere in qualche modo responsabile della preparazione di Lagunari Assaltatori incaricati di condurre azioni di guerra. Tutte esercitazioni, anche quando prevedevano l’impiego di munizionamento da guerra, nulla di reale, ma reali erano le periodiche situazioni di allarme che vedevano il battaglione obbligato ad abbandonare la sede stanziale per portarsi in zone di diradamento, definite iniziali, prima di raggiungere quella che doveva essere l’area d’impiego nel caso forze di quello che chiamavamo Partito Arancione avessero invaso il territorio Italiano o minacciato di farlo.

Anche se qualcuno allora non prese le cose sul serio, era lontano dalla mia mente il pensiero che lo Stato Maggiore del mio Esercito inventasse simili attivazioni solo per giocare. Da qui, l’imperativo di preparare me stesso e gli uomini a me affidati nel miglior modo. Non che allora avessi idee chiare né alcuno spazio di manovra personale: ero pur sempre un sergente di complemento.
Qualcosa prese forma nel gennaio del 1974, al poligono di Capo Teulada, nel corso di un’esercitazione di gruppo tattico che impegnava tutte le pedine del reggimento. Per alcuni minuti mi trovai isolato dal resto. Solo, con il mio M-113 e la mia squadra; di leva io e di leva loro. 

Dodici Lagunari che dipendevano dalla decisione che avrei preso se, dopo poco, non avessi avvistato il resto del plotone. Avevo sbagliato io? La conformazione del terreno era tale che una situazione simile era prevedibile? Non lo so e non lo saprò mai. Sta di fatto che un chiodo fisso mi entrò nella testa: avrei dovuto pretendere di sapere di più circa lo svolgimento della manovra e provare a immaginare cosa avrei fatto nella realtà del combattimento.

 Sono trascorsi cinquantuno anni da allora, ma ancora ricordo quegli attimi di smarrimento. Tre mesi più tardi partecipai all’unica esercitazione di difesa di un tratto di costa che io ricordi. “Come lo scoglio infrango” recita la prima parte del motto del reggimento. E se l’onda arriva da dietro? Ecco che, all’alba di quello che doveva essere il D-Day, il ‘nemico’, invece che dalla spiaggia sbarcato dalle navi, piomba sul retro del nostro dispositivo portato da uno squadrone di elicotteri. Ancora una volta, mi trovo con la mia squadra, circondato da larghi e profondi canali che precludono ogni possibilità di allontanarsi dall’area: la Brussa di Caorle.

La dottrina allora in vigore proponeva una soluzione nel caso non fosse possibile il congiungimento con le unità amiche: attuare la guerriglia in proprio. Da giovane sergente, appena trattenuto in servizio a domanda, non avevo ancora letto quella pubblicazione e, più ancora, non avevo basi tecniche per compiere azioni simili. Rimaneva il fatto che ero comunque responsabile della vita di una squadra di assaltatori. Altra lezione che mi seguirà sempre.

Assaltatori della 2a compagnia anfibia/battaglione anfibio “Marghera” (1974)

Poi venne il corso presso la Scuola Incursori della Marina Militare e, nei cinque anni successivi, quel piccolo numero di ragazzi di leva (con incarico Pioniere) chiamati a lavorare con me non fu, dal punto di vista ordinativo, sotto il mio comando diretto. 

Tuttavia, nella realtà dei fatti, avevo comunque alcune responsabilità nei loro confronti.
Vi ho raccontato del NOS (Nucleo Operazioni Speciali – se il testo precedente lo ha introdotto, altrimenti andrebbe specificato), il cui compito principale era rispondere ad alcune domande cruciali:

  • Il tratto di costa dove devono prendere terra le unità Lagunari è adatto a ricevere i mezzi in dotazione?
  • Presenta ostacoli? Di che tipo?
  • È presidiato e, se sì, da quali forze?
  • La conformazione del terreno, oltre i rovesci di spiaggia, permette la penetrazione delle truppe sbarcate?

Questo è ciò che il Paese chiedeva ai Pionieri di leva di svolgere.

Frammento tratto da un articolo del Colonnello Antonio Assenza (Rivista Militare, Numero Sei, Novembre-Dicembre 1978)

Non so come si svolgessero le giornate dei piloti dei mezzi anfibi dislocati a Cà Vio, ma so per certo che a Sant’Andrea eravamo gli unici a necessitare di programmi addestrativi che giustificassero le attività (diurne e notturne) utili alla preparazione dei compiti operativi richiesti. Poiché l’argomento di questo testo sono i ragazzi, manteniamoli al centro dell’attenzione.

Dai compiti affidati alla squadra, è facile intuire che i Pionieri dovevano operare in acqua assieme ai due operatori subacquei. Infatti, per un certo tempo ci limitammo a: salti in acqua da varie altezze (propedeutici al rilascio da elicotteri, il nostro mezzo principe per l’inserzione); nuoto operativo su lunghe distanze (o controcorrente); ricognizioni di spiaggia.

Queste ultime, svolte per lo più in superficie e con sistemi appresi per così dire da autodidatti, erano ciò di cui effettivamente avrebbero avuto bisogno i complessi incaricati di effettuare azioni di sbarco.
Chi non li ha conosciuti non può immaginare la serietà con cui questi ragazzi si impegnavano in addestramenti che, nella realtà di una guerra, li avrebbero esposti a situazioni molto critiche, per usare un eufemismo.

Pionieri e subacquei del NOS/squadra Idrografica/battaglione mezzi anfibi “Sile” (1977)

Non ricordo ora come ne parlassimo con loro, ma l’idea di arrivare a nuoto, di notte, su una spiaggia ostile, raccogliere i dati necessari all’unità di manovra e poi nascondersi fino allo sbarco per eseguire altri compiti, lasciava poco spazio all’ottimismo.

La domanda era sempre la stessa: «E se poi lo sbarco non avviene?».

Questo, però, era ciò che la squadra prima e il plotone poi dovevano essere pronti a fare. Fu allora che prese forma un pensiero assillante, che si trasformò in una linea guida personale, quasi un mantra: «Assolvere il compito assegnato, nonostante le avversità, e riportare a casa i ragazzi… a tutti i costi». E intendo “a tutti i costi” nel senso letterale che la lingua italiana dà a queste parole. 

Molto più tardi, un collega dell’US Army tradusse alcuni termini da me usati e trovò una descrizione, diciamo accademica, per questo mio mantra. Non poteva farmi regalo migliore.

Come ho già detto in altre occasioni, per svolgere al meglio i nostri compiti avevamo bisogno di più subacquei, ovvero sottufficiali in grado di “ricognire” i punti di sbarco arrivando in immersione.

 La Forza Armata rispose trasformando la Squadra Idrografica in plotone e sostituendo i pionieri di leva con Esploratori Anfibi, anch’essi di leva. Non me ne vogliano i nostri ragazzi di allora, ma le conclusioni che traemmo su come le Truppe Anfibie avevano gestito la questione furono, a dir poco, disarmanti.

A rileggerlo oggi, quell’articolo del Colonnello Assenza aggiunge un’altra tessera al mosaico che, per quanto mi riguarda, rappresenta l’evoluzione dei Lagunari. Naturalmente, se una tale rappresentazione esistesse davvero, sarebbe probabilmente relegata in qualche polverosa soffitta, come tante altre pagine di storia.

Per tornare al punto, nonostante lo smarrimento iniziale, noi quadri della ex Squadra Idrografica, ora comandanti nel neo-attivato plotone Esploratori Anfibi, avevamo un imperativo assoluto e immediato: addestrare nel miglior modo possibile i Lagunari a noi affidati per assolvere i compiti operativi previsti dalle pubblicazioni e da quello che viene definito l’‘Intento del Comandante’.

Ragazzi nostri! Mi avete già sentito pronunciare queste parole, ma non sono sicuro che siate mai riusciti a cogliere l’intensità con cui le pronunciavamo.

Esploratori anfibi/battaglione anfibio “Sile” (1982)

Quell’aggettivo ‘nostri’ non era affatto una dichiarazione di possesso, bensì l’indicazione degli obblighi che noi, quadri permanenti, avevamo nei loro confronti.

Nostro era il dovere di istruirli, addestrarli ed equipaggiarli al meglio delle nostre capacità e possibilità per operare con noi nelle situazioni più disparate che l’ambiente operativo potesse proporre. Nostro era l’obbligo di proteggerli da ingerenze che, sfortunatamente, il mondo esterno al plotone a volte presentava.

Sin dall’inizio siamo stati un’isola nell’isola: noi, con i nostri esploratori, responsabili in tutto e per tutto di portare a termine i compiti operativi. Il Comando, qualunque fosse quello che dovevamo supportare, doveva solo dirci cosa gli serviva; il come raggiungere lo scopo era affar nostro. 

Mi rendo conto che non è un metodo esportabile ovunque, ma nelle Truppe Anfibie non ci sono alternative, se non quella di gettare mille uomini su una spiaggia sperando che almeno la metà raggiunga l’entroterra.

Per sedici anni ho operato con esploratori di leva, spesso in situazioni che oggi sarebbero giudicate improponibili. Salvo qualche leggero infortunio, nulla ha funestato le nostre attività, svolte di giorno e di notte, in mare aperto o su acque interne, attraverso aree collinari o montuose dove non ci si aspetterebbe di incontrare Lagunari. 

Quest’ultimo punto serve a ricordare che la Specialità Lagunari, una volta sbarcata, può – o deve – proseguire in profondità come unità di fanteria, e noi esploratori abbiamo compiti che vanno ben oltre la ricognizione di spiaggia.

Esploratori anfibi/battaglione anfibio “Sile” (1986)

Anche dal punto di vista disciplinare abbiamo avuto pochi problemi, merito del poco tempo che i nostri ragazzi avevano per dedicarsi a comportamenti non consoni ai regolamenti militari. 

Giusto per darvi un esempio, i programmi giornalieri non contemplavano alcuna pausa spaccio di metà mattina, e persino l’orario del pranzo doveva essere calibrato con la vigilanza delle armi all’esterno della sala mensa. Sottoposti a ritmi ben diversi da tutti gli altri commilitoni in servizio nella Base, non ricordo di averli mai sentiti lamentarsi.

Forse perché eravamo sempre con loro? Primi in ogni attività ed esercizio?

 Forse siamo anche riusciti a trasmettere loro la serietà che l’adempimento dei compiti richiesti imponeva. 

Le nostre vite erano regolate dallo studio della missione: chi fa cosa, come, quando e, soprattutto, perché. La consapevolezza che meglio lavorano gli esploratori meno Lagunari muoiono è un forte incentivo a impegnarsi al limite delle proprie capacità.

Non dico che tutti abbiano risposto alla stessa maniera e vissuto il periodo nel plotone in questo modo, ma molti sì. Quando li incontrate, provate a chiederglielo. 

Un consiglio spassionato a chi volesse infiltrarsi tra loro millantando trascorsi comuni: non fatelo. È un bluff che dura poco. Non bastasse il controllo incrociato che realizzano tra loro, non riuscireste a rivivere i momenti vissuti assieme e sareste respinti con ignominia.

Per riprendere il discorso iniziale, la proposta di ripristinare il servizio militare obbligatorio incontrerebbe enormi resistenze e, molto probabilmente, porterebbe a feroci e violente dimostrazioni di piazza.

A tutti quegli italiani che plaudono a una certa, e apparentemente sola, filmografia intesa a rappresentare il servizio militare obbligatorio in Italia dedico un passo tratto dal libro Les Centurions (Jean Lartéguy, Presses de la Cité, 1961):

Je voudrais que [mon pays] ait deux armées : une pour la frime avec de beaux canons, des chars, des petit soldats […] L’autre serait sérieuse, composée uniquement de jeunes sur-entraînés, habillés de tenues camouflées, que l’on ne verrait pas dans les villes mais auxquels on demanderait sans cesse un effort impossible, auxquels on apprendrait toutes sortes de trucs.

Per anni abbiamo vissuto e operato secondo quel principio. Non tutti i ragazzi di leva hanno trascorso un anno a spazzare la caserma o sono stati vittime di insensati soprusi.

C’è anche chi ha compreso che, quando politici, diplomatici e cittadini illuminati falliscono, se non vogliamo che la nostra gente finisca schiava di altri — qualunque sia la loro motivazione — qualcuno deve difendere la nostra terra con le armi.

 Chissà, magari un giorno potremmo essere costretti ad affiancare ai nostri soldati professionali altri giovani di vent’anni, come quelli che ho conosciuto io. Alcuni di loro sono rappresentati da queste immagini, molti altri li potete trovare nella Media Gallery del sito; tutti accomunati dalla stessa decisione, presa individualmente, di servire in questo incarico (107 esploratori anfibi), complesso, difficile e non immune a rischi, ma la cui importanza è fondamentale.

Se la nazione decidesse di richiamarli nuovamente alle armi, sarebbe molto più difficile oggi addestrare allo stesso modo i ragazzi di vent’anni. A meno di non avere di fronte una minaccia reale, in grado di resuscitare quel sentimento di appartenenza e orgoglio per la propria terra, storia e identità nazionale — definito come ‘amor patrio’ — difficilmente la gioventù attuale (e più ancora gli innamorati della sconfitta che brulicano nei salotti intellettuali, talk show e organi d’informazione) accetterebbe di buon grado di sottoporsi all’addestramento militare. Sono cinico? Mi sbaglio? Se così fosse… chiedo venia.

Nel frattempo, pensiamo ad approntare aree addestrative, poligoni e strutture necessarie a preparare i ragazzi a ciò che serve sul campo di battaglia: correre, saltare, sfruttare i vari tipi di terreno a proprio vantaggio, muovere coprendosi a vicenda e… sparare dritto.

Se facciamo tutto questo, sei mesi potrebbero essere sufficienti. Il fatto di mettere la propria vita nelle mani di altri ed essere consapevoli di rischiarla per la Patria produce fiducia in sé stessi e, al termine del periodo obbligatorio, restituisce alla società cittadini meno egoisti, più propensi a servire lo Stato anche in altre forme.

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